ANNUNCIO DELLA VENERABILITA' DI MONS. TONINO BELLO

Con immensa gioia pubblichiamo in allegato il decreto ufficiale con l'annuncio della Venerabilità di mons. Tonino Bello, ratiticato da Papa Francesco e pubblicato il 25 novembre 2021.

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mons. Mauro Cozzoli (AMCI di Roma): "Vaccini, l'ordine morale vincola al pari del legale"

Non perde intensità in Italia il dibattito, anche acceso, provocato dal ricorso ai vaccini per far fronte alla pandemia da Covid-19. E, per quanto alimentate da settori no-vax assai minoritari, le tensioni sono forti e le contrapposizioni persino rabbiose. Il motivo del contendere è dato dalla libertà da obblighi di vaccinazione.

La libertà è un bene, espressione dell’essere proprio della persona: un bene-potere di scegliere e decidere, che la sapienza biblica riconduce al disegno creatore divino: «Dio da principio creò l’uomo e lo mise in mano al proprio volere» (Sir 15,14). La libertà è il potere della volontà, facoltà spirituale insieme all’intelligenza, che fa dell’individuo umano un essere sui iuris, dominus sui: "padrone" di sé e delle proprie azioni, e perciò responsabile. È questa l’autodeterminazione, espressione prima della libertà, che si estrinseca nella scelta e nella decisione. Ma con cui la libertà non coincide, come invece si tende a credere e a far credere oggi.

Una libertà centrata sul potere di autodeterminazione è una libertà vuota e arbitraria. Vuota perché non inverata da un ordine di beni e valori morali. Arbitraria perché in balia dell’opinione, di "quello che mi pare".

La libertà cresce e matura nel passaggio dall’autodeterminazione: libertà di scelta; all’autorealizzazione: libertà morale. Libertà per il bene, che si lascia vincolare dal bene: lo ricerca, lo vuole, lo adempie. Bene che non è fatto dalla libertà. È fatto prima, da un ordine morale riconosciuto dall’intelligenza e fatto proprio dalla volontà, che insieme costituiscono la libertà.

Di questa riduzione della libertà a mera autodeterminazione abbiamo riscontri molteplici in prese di posizione di individui, opinion leader, associazioni, movimenti, partiti, specie in merito a questioni eticamente sensibili. Ne è espressione critica, altamente dissociativa, il rifiuto irragionevole di vaccinarsi da parte di settori della popolazione, in nome della libertà di autodeterminazione, disconoscitrice di ogni obbligo e responsabilità indotti dal vaccino.

Prescindiamo qui dalla responsabilità verso se stessi. Consideriamo la responsabilità verso gli altri, rispondente al dovere di tutelare la salute altrui. Se è vero, come la scienza dimostra, che il vaccino contrasta la diffusione del virus, impedendo o anche solo limitando i contagi e le letali conseguenze, e che i benefici della vaccinazione superano di gran lunga i rischi, allora – fatte salve legittime controindicazioni mediche – vaccinarsi è un obbligo morale. Obbligo tanto più grave quanto più contagiosa e nociva per gli altri può risultare la vicinanza e l’interazione con essi. Obbligo che inizia da una corretta e leale informazione sui vaccini.

Tale obbligo può (forse) non diventare un dovere legale, per la complessità e conflittualità delle situazioni, delle mediazioni e delle implicazioni che l’imposizione giuridica può comportare. Resta però un dovere morale che non obbliga per legge ma obbliga in coscienza, non obbliga davanti al legislatore, ma obbliga davanti a Dio; la cui inadempienza può non essere un reato ma può essere un male morale, un peccato.

La questione etica dei vaccini co-implica due princìpi: il principio di autodeterminazione e il principio del bene comune. Bene del "noi tutti" uniti in società, che per noi qui è il bene della salute pubblica: bene di tutti e di ciascuno nella comunità di appartenenza. Due princìpi da coniugare insieme, indivisibilmente. Un’autodeterminazione centrata su se stessa, indifferente al bene comune, incurante del male arrecabile ad altri, è un’autoreferenzialità moralmente colpevole.

L’ordine morale non è meno vincolante di quello legale. Non è ad libitum. «Vaccinarsi – ha detto il Papa qualche giorno fa – è un dono d’amore per gli altri". Anche l’amore ha i suoi vincoli, il dono i suoi doveri. Essi non sono esigibili per legge. Non sono però espressione di mero sentimento. Ma di una libertà che si lasca vincolare, autodeterminare dall’amore.

Mons. Mauro Cozzoli

Teologo moralista, Pontificia Università Lateranense

mons. F.G. Brambilla: "Figli delle Stelle: le tre finali della divina commedia."

Siamo molto lieti di pubblicare un'interessantissima riflessione di S.E. Mons. Franco Giulio Brambilla (Vice Presidente della CEI e Vescovo di Novara) sul tema Figli delle Stelle: le tre finali della divina commedia , e si allega inoltre anche un altro interessante documento dello stesso mons. Brambilla dal titolo : "Consolate il mio popolo"


 

Figli delle Stelle: le tre finali della divina commedia

Esordio

“Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle” (Gn 15,5). Quest’espressione che ricorda un incontro di quattro mila anni fa, ha avuto uno strano destino: più gli uomini e le donne hanno guardato il cielo, più le stelle sono aumentate. I nostri strumenti attuali ci consentono di vedere il firmamento ancora più in profondità, pur in confronto ai cieli stellati dell’antichità che, senza l’inquinamento luminoso, risplendevano nella loro molteplicità stellare. Le stelle sono andate crescendo di numero, lo sguardo ha aguzzato la sua vista. Pensate quante se ne vedono oggi con i telescopi! Questa sera vorrei farvi compiere brevemente il percorso che sale alle stelle, ricordando ciò che ha detto Lucilla Giagnoni: proprio nel divino poema di Dante, la parola “stelle” chiude le tre Cantiche. Sono andato, dunque, a riprendere le terzine che sigillano le tre cantiche, all’ultimo canto di ciascuna di esse. I tre versetti finali delle Cantiche terminano con la parola “stelle”, mi ha colpito però che siano sorretti ciascuno da un verbo diverso. Infatti, il primo versetto alla fine dell’Inferno dice:

“E quindi uscimmo a riveder le stelle” (Inferno, XXXIV, 139).

E, forse, quello più famoso: il verbo è uscire.

Il secondo versetto, alla fine del Purgatorio, scrive:

“puro e disposto a salire a le stelle”. (Purgatorio, XXXIII, 145)

Il secondo verbo è salire.

Il terzo è già stato evocato, alla fine del Paradiso, recita cosi:

“l’amor che move il Sole e l’altre stelle”. (Paradiso, XXXIII, 145)

E il verbo è muovere.

Pertanto c’è un uscire, un salire e un lasciarsi muovere, un lasciarsi attrarre che ci porta verso l’alto. E il motore, quel motore a cui il più alto pensiero dell’uomo aveva dato la denominazione di motore immobile, è divenuto invece l’amore che muove il cielo e l’altre stelle, che muove il cosmo, che fa girare tutto l’universo, anzi muove il multiverso!

Questa sera vorrei, dunque, aiutarvi brevemente a percorrere questi tre verbi in cui l’affinamento dello sguardo – “guarda in cielo” – corrisponde al moltiplicarsi delle stelle che invece di potersi contare, sfuggono alla nostra presa, e, come ci è stato detto, hanno bisogno al contrario del nostro cammino di affidamento, del nostro andare incontro.

  1. Uscire

Il primo passo è dato dall’attraversamento dell’Inferno. Ascoltate come il poeta Dante descrive nelle ultime due terzine, che terminano col verso che vi ho appena ricordato, l’uscita dai gironi infernali in cui si ammassa e si condensa il male dell’uomo. In questi due anni l’abbiamo sperimentato, talvolta chiusi nelle nostre camere, talvolta con le persone che ci hanno lasciato senza poter essere salutate, senza essere abbracciate e compiante, talaltra con le difficoltà registrate dentro le nostre famiglie e talaltra infine per la mancanza del lavoro…

Così dice il poeta:

“Lo duca [Virgilio] e io per quel cammino ascoso
intrammo a ritornar nel chiaro mondo;
e sanza cura aver d’alcun riposo,
salimmo su, el primo e io secondo,
tanto ch’i’ vidi de le cose belle
che porta ’l ciel, per un pertugio tondo”. (Inferno, XXXIV, 133-138)

Ecco il primo passo: anche a noi è chiesto di guardare attraverso questo pertugio tondo, la ferita di quest’anno, in cui abbiamo attraversato un po’ i gironi infernali della mancanza e dell’incertezza. Pensiamo a quei giovani che hanno vissuto il passaggio dai quattordici ai sedici anni, oppure dai diciotto ai vent’anni, o anche quelli che stavano cercando lavoro e che hanno vissuto questo tempo sospeso. All’inizio è stato un tempo quasi ripiegato su se stessi e poi un tempo rimandato, rinviato, un tempo di attesa, qualche volta di depressione e persino di rabbia.

“e quindi uscimmo a riveder le stelle”. (ibid. 139)

Attraverso il primo passo, invito questa sera a guardare dentro ciascuno di noi, per vedere come dobbiamo uscire: attraverso questo pertugio tondo, bellissima immagine! Forse ci vorranno ancora alcuni mesi, però siamo pronti per uscire, per lasciare, per impa- rare anche da questo attraversamento del male. Chi l’avrebbe detto che nei primi vent’anni del XXI secolo saremmo andati incontro a un’esperienza di questo genere? Vi confesso che mai l’avrei pensato! Potevo forse immaginare a una crisi economica come quella del 2008, continuata poi fino agli anni 2010 e 2012, ma non a questo buco nero!

  1. Salire

Il secondo passo è alla fine della seconda Cantica: il Purgatorio. È bellissimo quel che dice il poeta nelle terzine finali:

S’io avessi, lettor, più lungo spazio
da scrivere, i’ pur cantere’ in parte
lo dolce ber che mai non m’avria sazio;

ma perche piene son tutte le carte
ordite a questa cantica seconda,
non mi lascia piu ir lo fren de l’arte.

Io ritornai da la santissima onda
rifatto sì come piante novelle
rinovellate di novella fronda, (Purgatorio, XXXIII, 136-144)

Attraverso il percorso di purificazione del Purgatorio, il poeta passa e impara da questa purificazione – sì come piante novelle rinovellate di novella fronda (udite l’onomatopea della “rinascita”) – e poi il versetto finale:

puro e disposto a salire a le stelle. (Ibid. 145)

Possiamo dire che ci stiamo preparando, ed è il compito di questi mesi, proprio sulla soglia del tempo di purificazione, ed essere ognuno come canta il Poeta: “puro e disposto”, puro e capace di affidarsi. Provate, ciascuno di voi questa sera a chiudervi un momento nella vostra camera e a interrogarvi, prima di andare a letto, quale zavorra si può e si deve lasciare. Magari ciò che ha appesantito la vita, in questi anni dell’adolescenza, della prima giovinezza, oppure della gioventù più avanzata: cosa ha impedito di trovare un centro nella nostra vita: puro e disposto a salire a le stelle? Attraverso il Purgatorio, un tempo di purificazione. È interessante: l’immagine che viene evocata è quella dell’acqua che purifica, di cui non possiamo quasi mai essere sazi. Dice infatti Dante:

lo dolce ber che mai non m’avria sazio”.

Allora questo è il secondo passo che dobbiamo fare, illustrato dal verbo salire, dal verbo andare in alto. Per vedere le stelle, per andare in alto, occorre lasciare a casa le cose che non contano, toglierle dal nostro zaino. Se usciremo da questi anni (2021-2022), avendo anche per questo secolo, per questo mondo, per questa società lasciato perdere le mille cose che non contano, lo potremo fare concentrandoci sulle poche necessarie. Quante volte vi ho detto che la nostra generazione rispetto alla vostra è quella che aveva ricevuto pochi ingredienti per fare la torta della vita, mentre la vostra generazione ne ha fin troppi: è piena di possibilità che la stordiscono e deve cercare di abbandonare quelle che rendono la vita pesante, zavorrata, non commestibile.

  1. Lasciarsi muovere

I primi due momenti, i primi due passi, l’uno tenebroso e ascoso nei gironi infernali, l’altro purificante e capace di far cambiare lo sguardo e l’orizzonte, ci sono concessi per arrivare al terzo passo, quello del Paradiso. Qui solo una terzina è sufficiente per capire la conclusione della terza Cantica. Seguitemi:

“A l’alta fantasia qui mancò possa;
ma già volgeva il mio disio e ’l velle,
sì come rota ch’igualmente è mossa, (Paradiso, XXXIII, 142-144).

Alla mia alta immaginazione mancarono le forze, il potere di comprendere e amare: lo sforzo dell’uomo si ferma, o meglio si lascia attirare dal venire di Dio. Infatti, dice Dante, già volgeva il mio desiderio e la mia volontà, come una ruota che è mossa in modo sincrono verso l’alto… e poi esplode il versetto finale, forse è il verso più bello che suggella tutta la Divina Commedia.

l’amor che move il sole e l’altre stelle”. (ibid. 145)

l’Amore divino, che muove il sole e le altre stelle!

Noi possiamo fare i passaggi della nostra vita, possiamo osare tutte le salite della nostra esistenza, solo se sappiamo che già ogni passo, ogni sforzo è preceduto, attratto da questo magnete, da questa calamita universale che ci attira. Essa ha un nome, ma non e il motore immobile, bensì è l’Amor che muove, è l’Amore che attrae, che è il centro gravitazionale del mondo, anzi del cosmo e dell’universo. Non possiamo avere una vita – prima che una religione e ancor prima che una fede – non possiamo avere un’esistenza che sia solo mossa dal piacere o dal dovere. Noi possiamo avere una vita piena solo se èattratta dall’amore! Per dovere o per piacere si fanno molte cose, ma esse non riempiono il cuore dell’uomo. Solamente se ci lasciamo attrarre dall’Amore che muove tutto l’universo, il sole e l’altre stelle, allora riusciremo ad andare anche noi verso la luce, anzi verso la vita stessa di Dio.

Exodus

Vi auguro, dunque, che questa Pasqua sia davvero una Pasqua di Risurrezione. Proprio oggi ho inviato gli auguri pasquali a tutti i sacerdoti e alle persone che conosco – auguri che poi saranno pubblicati – prendendo alcuni versetti dal venticinquesimo canto del Paradiso che qualche sera fa in televisione ha mirabilmente declamato l’attore Roberto Benigni, in cui viene illustrata la speranza cristiana. Ve ne faccio dono come augurio: Dante per definire la speranza, la cosa più indefinibile che esista, usa un’espressione del grande novarese Pier Lombardo e dice che la speranza è un attender certo della beatitudine futura. All’inizio la nostra amica aveva detto che non le interessa una beatitudine futura la cui gioia non riempia già il presente qui in terra. Certo, la beatitudine futura è il compimento della gioia presente, non la sua alternativa.

Pier Lombardo dice che la speranza è un attender certo della beatitudine, Dante parla di gloria futura, la quale viene dalla grazia di Dio e dall’operare dell’uomo. La beatitudine è il coronamento dall’alleanza “generativa” del dono di Dio, della sua grazia, con dell’agire operoso dell’uomo: precedente merto! Vi auguro che sia cosi. Se c’è un difetto – e ce l’ha detto con parole taglienti, quasi chirurgiche, stasera Lucilla Giagnoni – è che quest’anno abbiamo ascoltato tanti numeri, ma non siamo stati capaci di scaldare i cuori con la speranza, con questo attendere certo: la beatitudine che riempie il nostro cuore della grazia di Dio e ci fa camminare in modo operoso e attivo.

Auguri per quest’anno 2021, quello della ripartenza!

+Franco Giulio Brambilla
Vescovo di Novara

EMANUELE STABLUM: promulgato il decreto che attesta le virtù eroiche del nostro cofondatore AMCI

Promulgazione di Decreti della Congregazione delle Cause dei Santi  24 aprile 2021

il Santo Padre Francesco ha ricevuto in Udienza Sua Eminenza Reverendissima il Signor Cardinale Marcello Semeraro, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi. Durante l’Udienza, il Sommo Pontefice ha  autorizzato la Congregazione a promulgare i Decreti riguardanti: .....

le virtù eroiche del Servo di Dio Emanuele STABLUM, cofondatore dell'AMCI, Religioso professo della Congregazione dei Figli dell’Immacolata Concezione; nato il 10 giugno 1895 a Terzolas (Italia) e morto a Roma (Italia) il 16 marzo 1950

 

N.B. Abbiamo pubblicato in allegato la biografia completa di Emanuele Stablum

 


Ed ecco anche il ricordo di Agostino Maltarello e pubblicato nel libro del 50° AMCI (1944-1994)

 

Stablum che aveva conosciuto Gedda net 1935 in occasione del Pellegrinaggio Nazionale della Gioventù Italiana di Azione Cattolica, di cui era stato nominato da un anno Presidente Centrale dal Papa Pio XiI, partecipò, per desiderio dello stesso Gedda, alla fondazione dell'A.M.C.I., net luglio del 1944, seguendone poi i primi passi, nei margini di tempo consentiti dalla sua assorbente attività. di Primo Direttore medico dell'I.D.I. (A. Maltarello).

 

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO PER LA XXIX GIORNATA MONDIALE DEL MALATO

 

Uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli (Mt 23,8). La relazione di fiducia alla base della cura dei malati

 

Carissimi, nell'invitare tutti i nostri dirigenti, soci e simpatizzanti a celebrare la XXIX Giornata Mondiale del malato, che ricorre  martedì 11 febbraio 2021 pv, siamo lieti di pubblicare qui sotto il messaggio di Papa Francesco per la Gionata Mondiale del Malato ed allegare il Messaggio Ufficiale di Papa Francesco e la documentazione che ha messo a disposizione la CEI.


 

 

MESSAGGIO DI PAPA FRANCESCO

 

Cari fratelli e sorelle!

La celebrazione della XXIX Giornata Mondiale del Malato, che ricorre l’11 febbraio 2021, memoria della Beata Vergine Maria di Lourdes, è momento propizio per riservare una speciale attenzione alle persone malate e a coloro che le assistono, sia nei luoghi deputati alla cura sia in seno alle famiglie e alle comunità. Il pensiero va in particolare a quanti, in tutto il mondo, patiscono gli effetti della pandemia del coronavirus. A tutti, specialmente ai più poveri ed emarginati, esprimo la mia spirituale vicinanza, assicurando la sollecitudine e l’affetto della Chiesa.

1. Il tema di questa Giornata si ispira al brano evangelico in cui Gesù critica l’ipocrisia di coloro che dicono ma non fanno (cfr Mt 23,1-12). Quando si riduce la fede a sterili esercizi verbali, senza coinvolgersi nella storia e nelle necessità dell’altro, allora viene meno la coerenza tra il credo professato e il vissuto reale. Il rischio è grave; per questo Gesù usa espressioni forti, per mettere in guardia dal pericolo di scivolare nell’idolatria di sé stessi, e afferma: «Uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli» (v. 8).

La critica che Gesù rivolge a coloro che «dicono e non fanno» (v. 3) è salutare sempre e per tutti, perché nessuno è immune dal male dell’ipocrisia, un male molto grave, che produce l’effetto di impedirci di fiorire come figli dell’unico Padre, chiamati a vivere una fraternità universale.

Davanti alla condizione di bisogno del fratello e della sorella, Gesù offre un modello di comportamento del tutto opposto all’ipocrisia. Propone di fermarsi, ascoltare, stabilire una relazione diretta e personale con l’altro, sentire empatia e commozione per lui o per lei, lasciarsi coinvolgere dalla sua sofferenza fino a farsene carico nel servizio (cfr Lc 10,30-35).

2. L’esperienza della malattia ci fa sentire la nostra vulnerabilità e, nel contempo, il bisogno innato dell’altro. La condizione di creaturalità diventa ancora più nitida e sperimentiamo in maniera evidente la nostra dipendenza da Dio. Quando siamo malati, infatti, l’incertezza, il timore, a volte lo sgomento pervadono la mente e il cuore; ci troviamo in una situazione di impotenza, perché la nostra salute non dipende dalle nostre capacità o dal nostro “affannarci” (cfr Mt 6,27).

La malattia impone una domanda di senso, che nella fede si rivolge a Dio: una domanda che cerca un nuovo significato e una nuova direzione all’esistenza, e che a volte può non trovare subito una risposta. Gli stessi amici e parenti non sempre sono in grado di aiutarci in questa faticosa ricerca.

Emblematica è, al riguardo, la figura biblica di Giobbe. La moglie e gli amici non riescono ad accompagnarlo nella sua sventura, anzi, lo accusano amplificando in lui solitudine e smarrimento. Giobbe precipita in uno stato di abbandono e di incomprensione. Ma proprio attraverso questa estrema fragilità, respingendo ogni ipocrisia e scegliendo la via della sincerità verso Dio e verso gli altri, egli fa giungere il suo grido insistente a Dio, il quale alla fine risponde, aprendogli un nuovo orizzonte. Gli conferma che la sua sofferenza non è una punizione o un castigo, non è nemmeno uno stato di lontananza da Dio o un segno della sua indifferenza. Così, dal cuore ferito e risanato di Giobbe, sgorga quella vibrante e commossa dichiarazione al Signore: «Io ti conoscevo solo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti hanno veduto» (42,5).

3. La malattia ha sempre un volto, e non uno solo: ha il volto di ogni malato e malata, anche di quelli che si sentono ignorati, esclusi, vittime di ingiustizie sociali che negano loro diritti essenziali (cfr Enc. Fratelli tutti, 22). L’attuale pandemia ha fatto emergere tante inadeguatezze dei sistemi sanitari e carenze nell’assistenza alle persone malate. Agli anziani, ai più deboli e vulnerabili non sempre è garantito l’accesso alle cure, e non sempre lo è in maniera equa. Questo dipende dalle scelte politiche, dal modo di amministrare le risorse e dall’impegno di coloro che rivestono ruoli di responsabilità. Investire risorse nella cura e nell’assistenza delle persone malate è una priorità legata al principio che la salute è un bene comune primario. Nello stesso tempo, la pandemia ha messo in risalto anche la dedizione e la generosità di operatori sanitari, volontari, lavoratori e lavoratrici, sacerdoti, religiosi e religiose, che con professionalità, abnegazione, senso di responsabilità e amore per il prossimo hanno aiutato, curato, confortato e servito tanti malati e i loro familiari. Una schiera silenziosa di uomini e donne che hanno scelto di guardare quei volti, facendosi carico delle ferite di pazienti che sentivano prossimi in virtù della comune appartenenza alla famiglia umana.

La vicinanza, infatti, è un balsamo prezioso, che dà sostegno e consolazione a chi soffre nella malattia. In quanto cristiani, viviamo la prossimità come espressione dell’amore di Gesù Cristo, il buon Samaritano, che con compassione si è fatto vicino ad ogni essere umano, ferito dal peccato. Uniti a Lui per l’azione dello Spirito Santo, siamo chiamati ad essere misericordiosi come il Padre e ad amare, in particolare, i fratelli malati, deboli e sofferenti (cfr Gv 13,34-35). E viviamo questa vicinanza, oltre che personalmente, in forma comunitaria: infatti l’amore fraterno in Cristo genera una comunità capace di guarigione, che non abbandona nessuno, che include e accoglie soprattutto i più fragili.

A tale proposito, desidero ricordare l’importanza della solidarietà fraterna, che si esprime concretamente nel servizio e può assumere forme molto diverse, tutte orientate a sostegno del prossimo. «Servire significa avere cura di coloro che sono fragili nelle nostre famiglie, nella nostra società, nel nostro popolo» (Omelia a La Habana, 20 settembre 2015). In questo impegno ognuno è capace di «mettere da parte le sue esigenze e aspettative, i suoi desideri di onnipotenza davanti allo sguardo concreto dei più fragili. […] Il servizio guarda sempre il volto del fratello, tocca la sua carne, sente la sua prossimità fino in alcuni casi a “soffrirla”, e cerca la promozione del fratello. Per tale ragione il servizio non è mai ideologico, dal momento che non serve idee, ma persone» (ibid.).

4. Perché vi sia una buona terapia, è decisivo l’aspetto relazionale, mediante il quale si può avere un approccio olistico alla persona malata. Valorizzare questo aspetto aiuta anche i medici, gli infermieri, i professionisti e i volontari a farsi carico di coloro che soffrono per accompagnarli in un percorso di guarigione, grazie a una relazione interpersonale di fiducia (cfr Nuova Carta degli Operatori Sanitari [2016], 4). Si tratta dunque di stabilire un patto tra i bisognosi di cura e coloro che li curano; un patto fondato sulla fiducia e il rispetto reciproci, sulla sincerità, sulla disponibilità, così da superare ogni barriera difensiva, mettere al centro la dignità del malato, tutelare la professionalità degli operatori sanitari e intrattenere un buon rapporto con le famiglie dei pazienti.

Proprio questa relazione con la persona malata trova una fonte inesauribile di motivazione e di forza nella carità di Cristo, come dimostra la millenaria testimonianza di uomini e donne che si sono santificati nel servire gli infermi. In effetti, dal mistero della morte e risurrezione di Cristo scaturisce quell’amore che è in grado di dare senso pieno sia alla condizione del paziente sia a quella di chi se ne prende cura. Lo attesta molte volte il Vangelo, mostrando che le guarigioni operate da Gesù non sono mai gesti magici, ma sempre il frutto di un incontro, di una relazione interpersonale, in cui al dono di Dio, offerto da Gesù, corrisponde la fede di chi lo accoglie, come riassume la parola che Gesù spesso ripete: “La tua fede ti ha salvato”.

5. Cari fratelli e sorelle, il comandamento dell’amore, che Gesù ha lasciato ai suoi discepoli, trova una concreta realizzazione anche nella relazione con i malati. Una società è tanto più umana quanto più sa prendersi cura dei suoi membri fragili e sofferenti, e sa farlo con efficienza animata da amore fraterno. Tendiamo a questa meta e facciamo in modo che nessuno resti da solo, che nessuno si senta escluso e abbandonato.

Affido tutte le persone ammalate, gli operatori sanitari e coloro che si prodigano accanto ai sofferenti, a Maria, Madre di misericordia e Salute degli infermi. Dalla Grotta di Lourdes e dagli innumerevoli suoi santuari sparsi nel mondo, Ella sostenga la nostra fede e la nostra speranza, e ci aiuti a prenderci cura gli uni degli altri con amore fraterno. Su tutti e ciascuno imparto di cuore la mia benedizione.

Roma, San Giovanni in Laterano, 20 dicembre 2020, IV Domenica di Avvento.

 

Francesco