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PUBBLICATO IL LIBRO : "LE PAROLE CHE UCCIDONO" CON UN INTERESSANTE INTERVENTO DI GIOVANNI SPARANO

Ho avuto il piacere di aver potuto inserire un articolo sul rapporto medico malato oggi nel libro :"Le parole che uccidono"curato dal giornalista di Avvenire e TV 2000 Luigi Ferraiuolo, mio amico e conterraneo.

Il libro che sarà diffuso gratuitamente nelle scuole e presente in tutte le librerie, mette in risalto l'impatto negativo che hanno sul cittadino quelle tante parole dette dai media a volte senza conoscerne il vero significato e le conseguenze. Vi sono articoli di magistrati  famosi come Magi estensore della sentenza sulla criminalità(Spartacus) e di Calabrò sul DET.

Giovanni Sparano

RAPPORTO MEDICO PAZIENTE

 

Lo spostamento del baricentro della medicina da assistenza alla persona malata al paziente visto come corpo malato, sta riducendo il rapporto con il cittadino malato in una pura contrattualità che risponde solo a interessi di tipo economico aziendale, dove prevale la logica del lucro e, nel migliore dei casi, del soddisfacimento dell’utente o cliente.

In quest’ottica, anche sugli organi di stampa e in televisione, si parla sempre più raramente di persone in temporanea o irreversibile stato di malattia, intese nella loro completezza di spirito e di corpo, con propri bagagli culturali, abitudini e consuetudini, ma di casi o soggetti bisognevoli di prestazione medica, per la quale esiste una tariffa per ogni patologia, facendo in modo che le spese sostenute corrispondano agli introiti previsti per ogni gruppo diagnostico.

La persona malata è solo uno dei tanti clienti e il costo della prestazione deve rientrare nelle spese, anzi, e questo soprattutto nelle strutture private, bisogna anche garantire un margine di guadagno agli azionisti.

Varcata la soglia dell’ospedale, la persona perde la sua soggettività, è solo un corpo affetto da una patologia che, nell’interesse aziendale, bisogna diagnosticare al  più presto, con mezzi cruenti e incruenti; a tal fine il paziente viene analizzato, radiografato, biopsizzato, ma poco ascoltato e visitato, perché il tempo a disposizione è sempre poco.

Un rapporto ridotto a pura contrattualità, efficienza, diritti e obblighi giuridici, si svuota di ogni significato etico e porta a considerare, nell’immaginario collettivo, gli ospedali luoghi di sofferenza.

Costruire ospedali più umani, come da tutti invocato, non significa solo ampi spazi, servizi idonei, belle pareti, salotti d’attesa, garanzia della privacy, né personale in abbondanza, ma persone( dal primario all’ultimo ausiliario) esperte e preparate non solo tecnicamente, ma anche sul piano umano.

Bisogna parlare sempre con grande rispetto dei luoghi di cura e del cittadino malato.

La casa di cura è la chiesa più praticata e affollata, perché in essa entrano anche gli atei e i credenti di tutte le religioni.

Il letto del malato non è un numero, ma una cattedra da cui proviene un messaggio rivolto a tutti indistintamente e che invita alla riflessione e all’umiltà, in quanto fa conoscere i limiti e la fragilità della persona.

Oggi sembra che la dignità della persona sia direttamente proporzionale alla piena efficienza fisica e mentale ed al buono stato di salute.

Il dolore e la malattia sono viste come impoverimento per la perdita di un bene; si è arrivati a distinguere tra vite che meritano di essere vissute e vite che non meritano, tra vite che valgono e vite che non valgono.

La dignità della persona va rispettata dalla nascita al tramonto naturale, anche di fronte ad una malattia terminale o a uno stato di coma.

Di fronte a una malattia a prognosi infausta, non adoperiamo parole usate per consuetudine o per assecondare un’ideologia o la moda del momento, senza valutarne il peso e le conseguenze che spesso uccidono la speranza; rispettiamo sempre la dignità della persona lasciando al parente  la facoltà di adoperare le parole più idonee e scegliere la soluzione più giusta.

In caso di stato comatoso, non confondiamo il termine coma, che può essere reversibile, con il termine morte cerebrale, che equivale a morte certa.

Avviciniamoci con umiltà al dolore e alla sofferenza e, solo dopo aver valutato il significato vero di ogni parola, parliamone pure, ma con parole ben meditate e tanto rispetto per la persona del malato  e della sua famiglia.

Ne consegue che la scarsa importanza data al rapporto interpersonale, la invasività senza previa e adeguata informazione, le modalità d’intervento spesso non ben chiarite e concordate, il distacco culturale, il mancato rispetto delle abitudini del malato, la mancanza di comfort e privacy, portano il cittadino a considerare l’ospedale luogo di sofferenza e dolore.

Occorre valorizzare i livelli di talento e le capacità professionali facendo leva sull’aspetto vocazionale, che si concretizza nella logica del dono, della gratuità e della solidarietà.

 

Articolo scritto dal dr. Giovanni Sparano, presente nel libro: “Le Parole che uccidono” curato dal dottor Luigi Ferraiuolo, giornalista dell’Avvenire e della TV 2000, distribuito gratuitamente nelle scuole e presente in tutte le librerie.