"EllaOne, la pillola venduta alle minorenni senza ricetta. Ecco cos’è." di Filippo M. Boscia - Ed inoltre altri Comunicati e documenti relativi a questo argomento

Anche se tuttora risulta controverso se ellaOne si comporti come contraccettivo o piuttosto come anti-nidatorio, ci preme sottolineare che in entrambi i casi siamo in presenza di un atto immorale. 

 

A sottolineare i rischi per la salute, riportiamo di seguito un articolo dal taglio scientifico che ci ha inviato il prof. Filippo M. Boscia, Professore di Fisiopatologia della riproduzione umana presso l’Università di Bari, nonché Presidente Nazionale Associazione Medici Cattolici Italiani, il quale in un precedente comunicato aveva espresso tutto il suo rammarico per la decisione presa dall’AIFA.   

 

Per contraccezione d’emergenza si intendono tutti i metodi in grado di prevenire una gravidanza indesiderata dopo un rapporto sessuale non protetto, o in caso di fallimento del metodo anticoncezionale in uso (es. rottura del profilattico).

 

A tale scopo varie sono state le metodiche adoperate nel tempo: estrogeni a dosi elevate, il metodo yuzpe (estroprogestinico), l’introduzione di una spirale intrauterina e più di recente il levonorgestrel (c.d. pillola del giorno dopo) e ultimo l’ulipristal acetato (c.d. pillola dei cinque giorni dopo).

 

Nel caso degli ultimi due farmaci, poiché si tratta di preparati con una alta concentrazione ormonale, è necessario informare la donna interessata sui possibili effetti collaterali e sui rischi relativi all’uso in mancanza, data l’urgenza, di sufficienti dati clinici. Deve anche essere ben chiaro il messaggio che la contraccezione d’emergenza è una pratica del tutto occasionale e non può essere di uso continuativo (vedi effetti collaterali).

 

L’ulipristal acetato, appartenente alla famiglia degli SPRM (Selective Progesterone Receptor Modulators = Modulatori Selettivi del Recettore del Progesterone), è un farmaco, commercializzato in Europa col nome di ellaOne e negli Stati uniti come Ella, in compressa da 30 mg, da assumere entro 120 ore (5 giorni) dal rapporto sessuale potenzialmente fecondo, dotato di un’efficacia contraccettiva pari al 98%, soprattutto se assunto nelle prime 72 ore (dati OMS).

 

L’azione del farmaco si basa principalmente sulla capacità di rallentare la maturazione del follicolo, in tal modo ritardando o evitando l’ovulazione. L’ulipristal contrasta altresì la maturazione ovaio-indotta dell’endometrio, rendendolo così inospitale ad accogliere un eventuale uovo fecondato.

 

Sebbene entrato nell’uso più di dieci anni addietro, resta tuttora controverso se ellaOne si comporti come contraccettivo o piuttosto come anti-nidatorio, in modo analogo a quanto avviene con il mifepristone (o RU486), molecola a struttura simile, sebbene a dosaggio più basso.

 

Mozzanega e coll. (2014) hanno evidenziato che la dichiarata efficacia contraccettiva del farmaco (fino a cinque giorni dal rapporto sessuale) in pratica dipende dal momento del ciclo mestruale in cui viene assunto. Di conseguenza la capacità di ritardare l’ovulazione potrebbe diminuire proprio al suo avvicinarsi sino ad essere nulla al momento del picco dell’LH (ormone luteinizzante). In tal caso l’azione anticoncezionale sarebbe in realtà dovuta

 

agli effetti negativi del farmaco sulla maturazione endometriale.

 

Sono dello stesso anno due studi, uno di Levy e coll. secondo cui, dall’osservazione di oltre un milione di donne che avevano usato l’ulipristal, il tasso di abortività, in caso di continuazione della gravidanza, era risultato inferiore a quello della popolazione generale (14% vs 20%) e l’altro di Li e coll. che, confermando tali dati, aggiungevano che colture di cellule endometriali trattate in vitro con ulipristal a dosi dieci volte quella della pillola in commercio non presentavano alterazioni significative, concludendo che sarebbe da

 

escludere per il farmaco un effetto anti-impianto.

 

L’uso di ellaOne è controindicato in presenza di gravi stati patologici del rene e del fegato, in quanto metabolizzato da questi due organi. Inoltre, a causa di un leggero effetto antagonista del recettore dei glucocorticoidi, è controindicato negli stati d’asma gravi e in quelle donne con rari disordini del metabolismo del galattosio, data che contiene lattosio monoidrato.

 

Non sembra esservi un significativo rischio di effetti collaterali, anche in caso di più assunzioni ripetute a breve distanza di tempo, sebbene sia sempre opportuno ricordare alle interessate che non si può utilizzare l’ulipristal come metodo anticoncezionale abituale.

 

Va comunque segnalato che, a causa del danno epatico grave in donne che avevano assunto il farmaco nella terapia dei fibromi uterini, è stato disposto dall’AIFA (Agenzia italiana del farmaco) che l’ulipristal non debba essere più adoperato con quest’altra già prevista indicazione d’uso.

 

 

Il Consiglio Superiore di Sanità, in risposta alla richiesta di parere in ordine al regime di dispensazione, in data 10 marzo 2015, affermava:

 

“Ritiene, alla luce dei dati relativi:

 

-alla possibilità di gravi effetti collaterali su donne a rischio in caso di assunzioni

 

ripetute o multiple in assenza di controllo medico;

 

-alla cultura non ancora diffusa nel nostro Paese relativa alla protezione dei

 

rapporti sessuali in termini di rischio infettivo e di gravidanze indesiderate;

 

-alla disponibilità continuativa, nel nostro ordinamento, di personale medico in

 

grado di attuare una prescrizione;

 

che il farmaco ellaOne debba essere venduto in regime di prescrizione medica

 

indipendentemente dall’età della richiedente”.

 

e riguardo ad una presunta tossicità per il feto, in caso di mancato effetto:

 

“Ritiene, alla luce dei dati relativi:

 

-agli effetti del farmaco su una gravidanza in atto non ancora sufficientemente

 

chiariti dalla ricerca;

 

-alla efficacia del farmaco limitata nei primissimi giorni dopo il rapporto

 

sessuale a rischio;

 

-al parere precedentemente espresso dal CSS relativo alla necessità di

 

prescrizione medica del farmaco;

 

che il medico, nel caso esista la possibilità di una gravidanza già in atto al

 

momento della prescrizione debba escludere la stessa mediante la esecuzione

 

di un test di gravidanza”.

 

Com’è noto però l’obbligo della prescrizione medica, e del test di gravidanza che doveva precederla, per le maggiorenni veniva eliminato a partire dal 9 maggio 2015, cioè solo due mesi dopo l’avvenuta conferma.

 

Il 10 Ottobre 2020 l’AIFA ha tolto l’obbligo di ricetta anche per le minorenni. Le motivazioni addotte dal direttore generale Nicola Magrini (“uno strumento etico in quanto consente di evitare i momenti critici che di solito sono a carico solo delle ragazze” e “una svolta per la tutela della salute fisica e psicologica delle adolescenti”) lasciano anche in questa occasione oltremodo perplessi.

 

 

 

Riferimenti bibliografici:

 

 

 

http://www.who.int/mediacentre/factsheets/fs244/en/index.html

 

Mozzanega B, Gizzo S, Di Gangi S, Cosmi E, Nardelli GB. Ulipristal Acetate: Critical Review

 

About Endometrial and Ovulatory Effects in Emergency Contraception. Reprod Sci 2014;

 

21:678-685.

 

Levy DP, Jager M, Kapp N, Abitbol JL. Ulipristal acetate for emergency contraception:

 

postmarketing experience after use by more than 1 million women. Contraception, vol. 89,

 

n. 5, may 2014, 431–3.

 

Hang Wun Raymond Li, Tian-Tian Li, Ying Xing Li, Ernest Hung Yu Ng, William Shu Biu

 

Yeung, Pak Chung Ho, Kai Fai Lee. In-vitro study on the effect of ulipristal acetate on human

 

embryo implantation using a trophoblastic spheroid and endometrial cell co-culture model.

 

Poster A124 – 13th ESC Congress “Challenges in sexual and reproductive Health – The

 

European Journal of Contraception and Reproductive Health Care, 2014.

 

https://www.sipre.eu/wp-content/uploads/2015/05/parere-ellaOne.pdf

 

https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2015/05/08/15A03360/sg

 

http://www.quotidianosanita.it/allegati/allegato4953143.pdf

 

 


 

I MEDICI CATTOLICI CONTRO L'AIFA

Dopo un’altalena tra sì e no, l’AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) ha deciso di liberalizzare la vendita della “pillola dei cinque giorni” per la contraccezione di emergenza anche per le minorenni, abolendo quindi la necessità della prescrizione medica.

Una pessima decisione che va contro il sacro rispetto della vita e l’etica dei sentimenti, riducendo e banalizzando il rapporto uomo-donna a solo sesso e niente amore. Viene così a mancare anche il rispetto della persona, sia dei componenti la coppia che di colui che dal rapporto potrebbe nascere.

Non condivisibili le motivazioni, perché eliminando l’intervento medico, senza paragoni per ascolto e consiglio, non si comprende come possa essere considerato un farmaco d’uso eccezionale solo per un foglietto informativo, quando si sa bene la scarsa propensione dei giovani a prendere le dovute precauzioni, sia per evitare una gravidanza sia per difendersi dalle malattie a trasmissione sessuale.

Roma, 20 ottobre 2020                    prof. Filippo Maria Boscia (Presidente Nazionale AMCI)

 


 

 

La legge 194/78 “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza”, più comunemente nota come “legge sull’aborto” è da considerarsi di per sé iniqua, oltre al fatto di essere applicata mediante alcuni inganni. Infatti, mentre viene richiamata già nel titolo, e poi ripresa nell’art. 1, l’importanza del valore sociale della maternità e dell’inderogabile tutela della vita umana fin dal suo inizio, e si puntualizza inoltre la necessità di “evitare che l’aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite”, nella sua reale applicazione ha decisamente prevalso quanto stabilisce in merito all’aborto volontario. Si è trattato quindi di un provvedimento ingannevole, così come formulato, che, con la depenalizzazione dell’aborto, in sostanza ha gradualmente portato alla sua accettazione nella mentalità e nel costume come una pratica del tutto ordinaria. 

L’aborto invece deve essere considerato sempre e comunque come un vero e proprio omicidio (all’interno della “congiura contro la vita”, come ebbe a dire Giovanni Paolo II nell’enciclica Evangelium vitae: “l'aborto procurato è l'uccisione deliberata e diretta, comunque venga attuata, di un essere umano nella fase iniziale della sua esistenza, compresa tra il concepimento e la nascita”, EV 58). Se da un punto di vista giuridico la condizione di gravidanza può determinare un atteggiamento di compassionevole comprensione nei confronti della donna che decide di ricorrere all’aborto, tale da tradursi in pratica nella non configurabilità della colpa, cosa che ha portato a rinunciare all'uso dello strumento penale, il bambino non ancora nato non è un “essere particolare", ma un essere umano a tutti gli effetti, è “uno di noi”, e come tale deve considerarlo la coscienza morale. Pertanto, per quel che gli concerne, dobbiamo di conseguenza decidere nello stesso modo in cui decideremmo di fronte ad un problema di vita o di morte di una persona già nata. 

Le statistiche ci dicono che il numero totale per anno delle interruzioni di gravidanza in Italia è in progressiva diminuzione (76.328 aborti nel 2018), ma per completezza dell’informazione non va taciuto l’alto numero di pillole contraccettive post-coitali che oggi vengono vendute (546.500 confezioni nel 2018). Questo è l’aborto nascosto, l’aborto farmacologico: da quando è disponibile la “pillola dei cinque giorni dopo” (che con l’eliminazione della prescrizione medica ha visto raddoppiare il consumo, da 123.800 a 229.900), viene messa in pratica, contrariamente a quanto asserito, non una contraccezione d’emergenza ma una vera intercezione post-coitale, cioè viene impedito l’annidamento dell’embrione, nel caso in cui sia avvenuto il concepimento. Pratica questa in diffusione crescente soprattutto tra le minorenni, dopo la liberalizzazione della vendita. Si tratta di cifre impressionanti, non conteggiate nel totale degli aborti, ma che comunque concorrono a far numero.

Secondo Irene Pivetta1, responsabile nazionale giovani del Movimento per la Vita, “Abortire per le ragazze è una scelta di grande solitudine, vissuta in silenzio. Con l’avvento delle pillole dei giorni dopo è pericolosamente cresciuta una sorta di non consapevolezza: davanti a un rischio di gravidanza. Il tempo in cui la ragazza è portata a riflettere è annullato vista la facilità con cui è possibile acquistare le pillole in farmacia, anche senza ricetta. Non c’è nemmeno il tempo di scoprirsi incinta, di dover fissare l’appuntamento per l’aborto, e di potersi aprire a incertezze, a dubbi, a domande. Quella delle pillole è una via che d’uscita che tenta molte ragazze”.

Di fronte ad un uso spregiudicato dell’aborto, manco fosse una qualsiasi pratica contraccettiva, vien da chiedersi: cosa si è fatto in questi quarant’anni per esercitare fattivamente la dichiarata tutela della gravidanza? Davvero poco, per non dire niente! Tante infatti sono state le “omissioni applicative” di quello che detta legge prescriveva, in particolare all’art. 1: “Lo Stato, le regioni e gli enti locali, nell'ambito delle proprie funzioni e competenze, promuovono e sviluppano i servizi socio-sanitari, nonché altre iniziative necessarie per evitare che l’aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite” e all’art 5: “Il consultorio e la struttura socio-sanitaria … hanno il compito in ogni caso, e specialmente quando la richiesta di interruzione della gravidanza sia motivata dall'incidenza delle condizioni economiche, o sociali, o familiari sulla salute della gestante, di esaminare con la donna e con il padre del concepito … le possibili soluzioni dei problemi proposti, di aiutarla a rimuovere le cause che la porterebbero alla interruzione della gravidanza, di metterla in grado di far valere i suoi diritti di lavoratrice e di madre, di promuovere ogni opportuno intervento atto a sostenere la donna, offrendole tutti gli aiuti necessari sia durante la gravidanza sia dopo il parto”.

Carlo e Maria Casini2 in occasione del quarantennale della legge (2018) ricordavano che: “Quando la legge 194 fu discussa in Parlamento non pochi, che pur la sostenevano, attribuirono ai consultori familiari la funzione esclusiva di aiutare la donna a proseguire la gravidanza, come, del resto, si può ritenere in base ad una corretta interpretazione dell’articolo 2. Purtroppo, però, questo scopo dei consultori è stato largamente stravolto nell’attuazione pratica. Essi vengono concepiti come strumenti di accompagnamento della donna verso l’aborto e quindi, sostanzialmente, come garanzie dell’autodeterminazione. La logica avrebbe dovuto essere opposta: lo Stato non punisce più l’aborto, ma fa tutto il possibile sul piano del consiglio e dell’aiuto affinché la gravidanza prosegua”. 

Infatti nella quotidianità, durante il colloquio obbligatorio - nella realtà molto spesso disatteso - difficilmente vengono ricercate le cause che spingono la donna ad abortire e meno che mai si tenta di trovare soluzioni, in collaborazione con altre agenzie, come ad esempio i servizi sociali, che le possano permettere di portare avanti la gravidanza. Il più delle volte si preferisce la soluzione più semplice: sentita la richiesta, la si asseconda con un rapido rilascio del certificato di accesso all’interruzione di gravidanza, invitando per pura formalità la donna alla pausa di riflessione di sette giorni perché lo possa utilizzare.

Bisogna aggiungere che negli anni, pur quando non c’erano le contingenze stringenti di oggi, si è fatto davvero poco per la promozione e lo sviluppo dei servizi sanitari e sociali, con le notevoli difficoltà che tuttora si incontrano nell’assistenza alla maternità, dal concepimento a dopo il parto, soprattutto garantendo la conservazione del posto di lavoro alla donna che concepisce, e nel sostegno all’infanzia, sopperendo ad esempio alla grande carenza di asili nido. Mentre ancora non si è legiferato, sebbene lo si invochi da più parti e da tempo immemore, per introdurre l’educazione sessuale come materia curricolare nelle scuole dell’obbligo. 

Occorre riconoscere peraltro che la legge 194/78, contiene delle raccomandazioni molto generiche per la tutela della gravidanza, che purtroppo si scontrano con l’attuale, estrema precarietà dell’assistenza socio-economica nazionale. Pertanto i consultori, a loro volta con enormi e ataviche carenze, non possono fare di più che “esaminare con la donna e con il padre del concepito … le possibili soluzioni dei problemi proposti”. Restano di conseguenza le enormi responsabilità dello Stato, delle Regioni e degli enti locali per le citate omissioni applicative.

Eppure, malgrado i risaputi problemi, oggi i consultori vengono coinvolti nella deospedalizzazione dell’aborto farmacologico (20,8% delle interruzioni di gravidanza nel 2018 contro il 17,8% del 2017). E’ noto che, qualche mese addietro, in corso dell’“emergenza coronavirus”, per far fronte a presunte difficoltà attuative della legge 194/78 alcune organizzazioni professionali, appoggiate dalla Società Italiana di Ginecologia ed Ostetricia, hanno chiesto al Ministero della Salute di rivedere alcuni aspetti delle procedure vigenti, proponendo le seguenti modifiche: spostare il limite massimo per l’aborto farmacologico dalla 7 alla 9 settimana di gravidanza, eliminare l’obbligo di ricovero in regime ordinario (a partire dalla somministrazione del mifepristone fino al momento dell’espulsione del prodotto del concepimento), autorizzare che tutto il trattamento possa avvenire anche in un ambulatorio ospedaliero o addirittura in un consultorio. Difficile immaginare come ciò possa essere praticamente possibile considerata la non felice situazione in cui versano i consultori. 

Ma la decisione di evitare il ricovero verrà a pesare soprattutto sulla stessa donna, per il cui presunto interesse si è sollecitata tale soluzione. Donna che si troverà ancor di più in una condizione di solitudine con tutti i suoi problemi. Perché a quelli psicologici si potrebbero aggiungere quelli fisici, legati al fatto che l’uso del mifepristone non è esente da rischi e complicanze, alcuni più banali (dolori e crampi addominali, nausea, vomito) altri più seri, a partire dalle non infrequenti metrorragie che richiedono comunque l’ospedalizzazione per lo svuotamento e la successiva revisione uterina a causa di un’espulsione incompleta del prodotto del concepimento (nel 4-7% dei casi) per finire ai riportati casi letali conseguenti a shock settico (da Clostridium sordellii). Motivi per cui l’AIFA (Determinazione n. 1460 del 24 novembre 2009), autorizzando l’immissione in commercio della pillola RU486, aveva giustamente stabilito che «deve essere garantito il ricovero [...] dal momento dell’assunzione del farmaco fino alla verifica dell’espulsione del prodotto del concepimento. Tutto il percorso abortivo deve avvenire sotto la sorveglianza di un medico del servizio ostetrico-ginecologico»;

E’ indubbio che la diffusione dell’aborto farmacologico risponde alla logica abortista che vuole impedire lo sguardo sul concepito, spostando l’attenzione sulla falsa “non invasività” di tale mezzo abortivo (ma non c’è nulla di più invasivo che uccidere una vita umana!), rendendo l’aborto un fatto banale (basta bere un bicchiere d’acqua) e privato (basta essere nel bagno di casa), salvo poi correre in un pronto soccorso a causa di una emorragia irrefrenabile! L’intento è quello da un lato di risparmiare sui costi assistenziali, in una logica economicista-efficientista-utilitarista che ben si addice ad una sanità sempre più povera e oltremodo distratta da altre più assillanti priorità, e dall’altro di rendere facilmente disponibili farmaci abortivi da poter utilizzare senza problemi a casa propria, a partire dalla vendutissima pillola dei cinque giorni dopo.

Carlo Flamigni3, pur essendosi battuto per la legalizzazione dell’aborto, in occasione del trentennale della legge (2008) affermò: “E’ compito dello Stato portare a compimento una vera campagna antiabortista, eliminando le motivazioni sociali che sono così spesso causa di aborto volontario, facendo promozione di cultura sui temi della pianificazione della famiglia, investendo nella ricerca scientifica sugli anticoncezionali, convincendo i giovani che l’esercizio della libertà sessuale, a proposito del quale non credo che esistano più riserve di sorta, non può essere dissociato da un’assunzione di responsabilità nelle quali ogni persona deve cimentare la propria coscienza. Tutto questo, a mio personale avviso, si chiama prevenzione dell’aborto”.  

In mancanza di questo, contro il dramma dell’aborto la via vincente resta quella dei Centri di Aiuto alla Vita che da oltre 40 anni operano in tutta Italia per dare una mano alle donne che si trovano di fronte ad una gravidanza difficile o non attesa, liberandole dai condizionamenti che le inducono alla decisione di abortire e restituendo loro il coraggio dell’accoglienza della vita con la fiducia e la serenità che ne conseguono. Uno Stato che rinuncia a punire l’aborto non deve rinunciare a difendere il diritto alla vita con altri mezzi di più alto profilo e di maggiore efficacia. In questa prospettiva sarebbe davvero urgente una indispensabile riforma dei consultori pubblici sul modello dei Centri di Aiuto alla Vita - invece di farne dei meri distributori di pillole letali, come stabilito dalle nuove linee guida - affinché siano un’autentica alternativa all’interruzione volontaria della gravidanza, proprio nel rispetto di tutto quel che prescrive la legge 194/78.     

Potrebbe così realizzarsi la possibilità di arrivare un giorno non lontano a una “società senza aborti”, secondo quanto auspicato (22 maggio 2018) da Giuseppe Noia4, che non la considera un’utopia, convinto che, impegnandosi con coraggio e determinazione, ci si possa riuscire: “Dobbiamo e possiamo intervenire sulle cause sociali e culturali, ma innanzi tutto dobbiamo diffondere una più corretta conoscenza medica, a partire da tutto quello che sappiamo sulla relazione fortissima tra madre e figlio fin dal concepimento. Già nel novembre 2000, quindi 18 anni fa, il British Medical Journal, spiegava in un editoriale che dalla relazione biologica tra madre e bambino deriva il benessere futuro della persona. Come ignorare per esempio il fatto che il figlio manda alla madre cellule staminali terapeutiche? Tutte queste conoscenze scientifiche che si vorrebbero silenziare si traducono in una grande perdita di umanità».

Nell’udienza del 28 maggio 2018, in occasione del Primo Congresso della Federazione Internazionale delle Associazioni dei Medici Cattolici (FIAMC), Papa Francesco5 ha ricordato: ““La Chiesa è per la vita, e la sua preoccupazione è che nulla sia contro la vita nella realtà di una esistenza concreta, per quanto debole o priva di difese, per quanto non sviluppata o poco avanzata”.

PROF. FILIPPO MARIA BOSCIA

Presidente Nazionale Associazione Medici Cattolici Italiani

 

NB : IN ALLEGATO IL TESTO ORIGINALE DELLA RELAZIONE DEL PROF. BOSCIA ED UNA DETTAGLIATA BIBLIOGRAFIA COMMENTATA DALLO STESSO PROF. BOSCIA. ED INOLTRE COPIA DI UN ARTICOLO PUBBLICATO DA AVVENIRE SULLO STESSO ARGOMENTO

Tra gli allegati troverete inoltre anche il testo completo e scaricabile di un precedente comunicato,  a firma del nostro presidente Filippo Boscia e della presidente del MpV Marina Casini

BOSCIA in tema di contrasto alla omo-transfobia : AUDIZIONE CAMERA DEI DEPUTATI E COMUNICATO STAMPA

 

Carissimi,

siamo lieti di pubblicare qui sotto ed in allegato (e quindi scaricabili) il testo dell'audizione alla Camera dei Deputati del 22 luglio 2020 ed il comunicato del nostro Presidente Filippo Maria Boscia diffuso il 9 luglio u.s., ed inoltre il seguente link con l'intervista del Presidente Nazionale su vatican news :
https://www.vaticannews.va/it/podcast/rvi-programmi/il-mondo-alla-radio/2020/06/il-mondo-alla-radio-prima-parte-30-06-2020.html


 

ELABORATO E DOCUMENTAZIONE DEPOSITATA  DAL PROF. FILIPPO M. BOSCIA, PRESIDENTE NAZIONALE DELL’ASSOCIAZIONE MEDICI CATTOLICI ITALIANI, PRESSO LA COMMISSIONE AFFARI SOCIALI DELLA CAMERA DEI DEPUTATI IN OCCASIONE DELL’AUDIZIONE SVOLTASI IL 22 LUGLIO 2020

Mi viene chiesto di esprimere una valutazione sull’articolo 7 del testo unificato Zan in tema di contrasto alla omo-transfobia.

Esso prevede al comma 1 che “Il Fondo per le politiche relative ai diritti e alle pari opportunità, di cui all’articolo 19, comma 3, del decreto-legge 4 luglio 2006, n. 223, convertito, con modificazioni, dalla legge 4 agosto 2006, n. 248, è incrementato di 4 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2020, al fine di finanziare politiche per la prevenzione e il contrasto della violenza per motivi legati all’orientamento sessuale e all’identità di genere e per il sostegno delle vittime”.

Fra esse, al comma 2, “un programma per la realizzazione in tutto il territorio nazionale di centri contro le discriminazioni motivate da orientamento sessuale e identità di genere”.

All’articolo 7 va a legarsi l’articolo 9 che così cita:

Agli oneri derivanti dall'attuazione dell'articolo 7, comma 1, pari a 4 milioni di euro annui a decorrere dall'anno 2020, si provvede mediante corrispondente riduzione del Fondo di cui all'articolo 1, comma 200, della legge 23 dicembre 2014, n. 190”.

Confesso di non comprendere fino in fondo il senso della audizione, dal momento che, come segnalato ieri da più gruppi politici in apertura della seduta della Commissione Giustizia, il contenuto dell’articolo 7 è stato già introdotto nell’ordinamento in sede di conversione del “cosiddetto Decreto rilancio”.

Il Decreto Legge n. 34 del 19/5/2020 Misure urgenti in materia di salute, sostegno al lavoro e all’economia, nonché di politiche sociali connesse all’emergenza epidemiologica da COVD-19, è stato convertito, con modificazioni, nella legge n. 77 del 17/7/2020.

La legge di conversione ha introdotto, fra gli altri, l’articolo 105 quater, “Misure per il sostegno delle vittime di discriminazioni fondate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere”, che prevede l’incremento di 4 milioni di euro per l’anno 2020 del Fondo per le politiche relative ai diritti e alle pari opportunità (di cui all’articolo 19, comma 3, del Decreto Legge 4 luglio 2006 n. 223, convertito con modificazioni dalla Legge 4 agosto 2006, n. 248) “allo scopo di finanziare politiche per la prevenzione e il contrasto della violenza per motivi collegati all’orientamento sessuale e all’identità di genere e per il sostegno delle vittime.

A tal fine, è costituito uno speciale programma di assistenza volto a garantire assistenza legale, psicologica, sanitaria e sociale alle vittime di discriminazioni fondate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere nonché ai soggetti che si trovino in condizione di vulnerabilità in relazione all’orientamento sessuale o all’identità di genere in ragione del contesto sociale e familiare di riferimento”.

Riporto, in allegato, di seguito le due norme. Che oggi nel testo unificato Zan vi siano disposizioni che sono già legge, e che una di queste sia l’articolo 7 dello stesso testo unificato Zan, è confermato:

a) dal fatto che la Commissione Giustizia ha investito della questione il Comitato per la Legislazione;

b) che il relatore ha proposto un proprio emendamento sostitutivo dell’articolo 7, che riscrive l’articolo 105 quater del Decreto Legge n. 34 del 19/5/2020 convertito, con modificazioni, nella legge n. 77 del 17/7/2020 (riporto in allegato anche tale riscrittura, che è diventata emendamento 7.100).

Esprimo qualche rapida considerazione sulla menzionata riscrittura del relatore, visto che l’articolo 7 come nella originaria formulazione del testo unificato Zan non c’è più:

  1. il programma finanziato con 4 ml di euro prevede l’istituzione in tutto il territorio nazionale di centri che garantiscano assistenza legale, sanitaria, psicologica, di mediazione sociale, e se necessario vitto e alloggio, alle vittime di discriminazione fondate sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere, senza che il testo abbia fornito una definizione chiara e chiaramente delimitata dei concetti di orientamento sessuale e di identità di genere. Se si riprendono le cinque proposte di legge originariamente presentate sul tema, poi confluite nel testo unificato Zan, possiamo constatare che ciascuna adopera una propria espressione
  • chi genere,
  • chi identità di genere,
  • chi orientamento sessuale
  • e che vi è divergenza fra gli stessi promotori anche sul significato di ciascuna di queste espressioni.

Mi chiedo come si faccia a istituire dei centri di assistenza se è così indefinito il parametro per identificare i potenziali fruitori dell’assistenza stessa;

  1. altrettanto indeterminato e generico è il termine discriminazione.

Il rischio è di far emergere fasce di “assistiti” senza un fondamento concreto, quando non esistono centri similari, per es., per le vittime di usura o di racket o della criminalità organizzata:

 per ciascuna di queste voci l’ordinamento prevede Commissari di governo che si limitano ad erogare somme a titolo risarcitorio, ma solo dopo che le vittime abbiano denunciato, a seguito di riscontri giudiziari, e comunque dopo lunghe e rigorose istruttorie, del tutto assenti nello specifico;

  1. da 10 anni il Ministero dell’Interno ha istituito, nell’ambito del Dipartimento di pubblica sicurezza, l’OSCAD-Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori, che ha natura di “strumento operativo interforze (…) per ottimizzare l’azione delle forze di polizia a competenza generale nella prevenzione e nel contrasto dei reati di matrice discriminatoria[1].

I dati raccolti dall’Osservatorio OSCAD sono molto confusi ed incerti:

a) vanno ben oltre il numero delle condanne, definitive o non definitive, esito di un accertamento giudiziario nel contraddittorio delle parti;

b) non si limitano neanche alla sommatoria delle denunce presentate alle forze di polizia, che comunque sono da verificare giudizialmente e che rappresentano un indice, soprattutto nella comparazione fra più anni;

c) recepiscono, oltre a tali denunce, tutte le  “segnalazioni ricevute da vittime, testimoni ed associazioni”;

d) tra l’altro interessano un arco temporale talmente ampio, da non permettere una corretta valutazione della consistenza del fenomeno.

Le segnalazioni pervenute a OSCAD dal 10 settembre 2010 al 31 dicembre 2018 [2] sono recuperabili nel sito “Segnalazioni Oscad”.

Le molteplici fonti delle segnalazioni confermano la propensione a cogliere il fenomeno nella sua massima estensione;

negli otto anni abbondanti che costituiscono il periodo monitorato le segnalazioni sono state in totale 2532:

-      di esse solo 670, cioè il 26.5%, provengono dalle forze di polizia

-      584 segnalazioni, pari al 27.1%, provengono da associazioni, privati o enti

-      650, cioè il 25.7%, provengono da UNAR, cioè l’Ufficio nazionale contro la discriminazione della Presidenza del Consiglio

-      628, pari al 24.7% provengono da non meglio qualificate “fonti aperte”, cioè articoli di giornali o servizi sui media.

 

Uno screening appare tuttavia essere stato operato per identificare, nell’ambito delle segnalazioni, quelle che appaiono propriamente reati di odio o di discriminazione (hate crime e hate speech) sono in totale 1512:

-      897 (59.3%) hanno come matrice la razza o l’etnia,

-      286 (18.9%) la religione,

-      118 (7.8%) la disabilità,

-      197 (13%) l’orientamento sessuale,

-      15 (1%) l’identità di genere.

Dunque, in otto anni l’insieme di presunte  (è lecito adoperare questo aggettivo, poiché il riferimento è, lo si ripete, a segnalazioni e non a condanne definitive) condotte illecite con intenti di discriminazioni per ragioni di orientamento sessuale o di identità di genere sono solo 212:

circa 26 segnalazioni all’anno, ovvero poco più di uno all’anno (come media) per ogni regione italiana.

Mi chiedo e vi chiedo se questa minima consistenza del fenomeno giustifica l’apertura di centri di assistenza in tutta Italia con l’assegnazione di congrui finanziamenti pubblici?

A mio avviso esistono già adeguati presidi con cui prevenire e reprimere comportamenti violenti e persecutori.

Il parere dell’Associazione che rappresento è quello che non sono necessarie nuove leggi perché ogni nuova normativa potrebbe avere l’azione di brandire armi esclusivamente ideologiche!

Condividendo il comunicato della CEI, un’eventuale introduzione di ulteriori norme incriminatrici rischierebbe di aprire a derive liberticide per cui – più che sanzionare la discriminazione – si finirebbe col colpire l’espressione di una legittima opinione, come insegna l’esperienza degli ordinamenti di altre Nazioni al cui interno norme simili sono già state introdotte. Per esempio, sottoporre a procedimento penale chi ritiene che la famiglia esiga per essere tale un papà e una mamma – e non la duplicazione della stessa figura – significherebbe introdurre un reato di opinione. Ciò limita di fatto la libertà personale, le scelte educative, il modo di pensare e di essere, l’esercizio di critica e di dissenso.

ALLEGATI ALLA DOCUMENTAZIONE DEPOSITATA DAL PROF. FILIPPO M. BOSCIA, PRESIDENTE NAZIONALE DELL’ASSOCIAZIONE MEDICI CATTOLICI ITALIANI, PRESSO LA COMMISSIONE AFFARI SOCIALI DELLA CAMERA DEI DEPUTATI IN OCCASIONE DELL’AUDIZIONE SVOLTASI IL 22 LUGLIO 2020

LEGGE N. 77 DEL 17/7/2020 DI CONVERSIONE, CON MODIFICAZIONI DEL d.l. RILANCIO N. 34 DEL 19/5/2020

IN CORSIVO LE PARTI INSERITE IN SEDE DI CONVERSIONE

TITOLO IV

DISPOSIZIONI PER LA DISABILITÀ E LA FAMIGLIA NONCHÉ MISURE PER IL SOSTEGNO DELLE VITTIME DI DISCRIMINAZIONI FONDATE SULL’ORIENTAMENTO SESSUALE E SULL’IDENTITÀ DI GENERE

Art. 105 - quater

Misure per il sostegno delle vittime di discriminazioni fondate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere

1. Il Fondo per le politiche relative ai diritti e alle pari opportunità, di cui all’articolo 19, comma 3, del decreto legge 4 luglio 2006, n. 223, convertito, con modificazioni,dalla legge 4 agosto 2006, n. 248, è incrementato di 4 milioni di euro per l’anno 2020, allo scopo di finanziare politiche per la prevenzione e il contrasto della violenza per motivi collegati all’orientamento sessuale e all’identità di genere e per il sostegno delle vittime. A tal fine, è costituito uno speciale programma di assistenza volto a garantire assistenza legale, psicologica, sanitaria e sociale alle vittime di discriminazioni fondate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere nonché ai soggetti che si trovino in condizione di vulnerabilità in relazione all’orientamento sessuale o all’identità di genere in ragione del contesto sociale e familiare di riferimento. Tali attività sono svolte garantendo l’anonimato dei soggetti di cui al presente comma.

2. Con appositi provvedimenti normativi, nel limite di spesa costituito dalle risorse di cui al comma 1, si provvede a dare attuazione agli interventi ivi previsti.

3. Agli oneri derivanti dal presente articolo, pari a 4 milioni di euro per l’anno 2020, si provvede mediante corrispondente riduzione del Fondo di cui all’articolo 1, comma 200, della legge 23 dicembre 2014, n. 190, come rifinanziato dall’articolo 265, comma 5, del presente decreto.

Art. 265, comma 5

5. Il Fondo di cui all’articolo 1, comma 200, della legge 23 dicembre 2014, n. 190, è incrementato di 475,3 milioni di euro per l’anno 2020, di 67,55 milioni di euro per l’anno 2021 e di 89 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2022 .

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Misure di prevenzione e contrasto della violenza e della discriminazione per motivi legati al sesso, al genere, all’orientamento sessuale e all’identità di genere

Testo unificato del relatore on. Zan

(…) ART. 7.

(Misure per la prevenzione e il contrasto della violenza per motivi legati all'orientamento sessuale e all'identità di genere e per il sostegno alle vittime)

1. Il Fondo per le politiche relative ai diritti e alle pari opportunità, di cui all'articolo 19, comma 3, del decreto-legge 4 luglio 2006, n. 223, convertito, con modificazioni, dalla legge 4 agosto 2006, n. 248, è incrementato di 4 milioni di euro annui a decorrere dall'anno 2020, al fine di finanziare politiche per la prevenzione e il contrasto della violenza per motivi legati all'orientamento sessuale e all'identità di genere e per il sostegno delle vittime.

2. Nei limiti delle risorse di cui al comma 1, è istituito un programma per la realizzazione in tutto il territorio nazionale di centri contro le discriminazioni motivate da orientamento sessuale e identità di genere. I centri garantiscono adeguata assistenza legale, sanitaria, psicologica, di mediazione sociale e ove necessario adeguate condizioni di alloggio e di vitto alle vittime dei reati previsti dagli articoli 604-bis del codice penale, commessi per motivi fondati sull'orientamento sessuale o sull'identità di genere della vittima ovvero di un reato aggravato, per le medesime ragioni, dalla circostanza di cui all'articolo 604-ter del codice penale, nonché per soggetti che si trovino in condizione di vulnerabilità legata all'orientamento sessuale o all'identità di genere in ragione del contesto sociale e familiare di riferimento.  (…)

(…) ART. 9.

(Copertura finanziaria)

  1. Agli oneri derivanti dall'attuazione dell'articolo 7, comma 1, pari a 4 milioni di euro annui a decorrere dall'anno 2020, si provvede mediante corrispondente riduzione del Fondo di cui all'articolo 1, comma 200, della legge 23 dicembre 2014, n. 190.

 


 

Associazione Medici Cattolici Italiani
Presidenza Nazionale
Comunicato Stampa
OMOLESBOTRANSFOBIA CON IL DDL ZAN
A RISCHIO LIBERTA’ DI INSEGNAMENTO UNIVERSITARIO


Da Professore universitario di Medicina della Riproduzione, con tanti altri colleghi, desidero precisare che le persone omosessuali e transessuali devono essere rispettate sempre, comunque e assolutamente; mai devono essere vessate, aggredite o danneggiate psicologicamente e fisicamente.


Questo è un punto essenziale, assolutamente ovvio, sul quale tutti siamo d’accordo. Siamo ovviamente favorevoli a tutelare in modo assoluto e mai opinabile le minoranze e le persone più vulnerabili. In questo senso però precisiamo che la strada non è quella di mentire o tacere su delle differenze rischiando di fare più danni rispetto al problema che si vuole risolvere.


Siamo del parere che con le norme contenute nel ddl Zan e altri, entrano in serio rischio di procedibilità ginecologi, andrologi, ricercatori esperti in procreazione umana e quanti insegnano la naturalità della riproduzione.


Partiamo dalla verità: per la nascita di una nuova vita occorre un maschio ed una femmina, un padre ed una madre, rispettivamente portatori di gameti maschili e femminili, uniti da complementarietà sessuale ed affettiva. A fronte di questo sapere, validato e confermato, sono in molti a chiedersi se in didattica formativa universitaria si potrà continuare ad insegnare la naturalità del nascere oggi, ben distinguendola da tutte le altre manipolazioni e mescolanze più ardite, pur possibili, ma eticamente non sostenibili.


Con tanti altri colleghi, quotidianamente muoviamo le fila per costruire processi interdisciplinari di medicina di genere, e promuoviamo ricerche rispettose della specificità della donna e dell’uomo, senza mai discriminare nessuno.
Nell’ambito delle molteplici possibili innovazioni scientifiche, ci chiediamo: “possiamo continuare ad individuare percorsi sanitari che tengano ben presente cosa sia il genere al maschile e al femminile, nelle varie articolazioni del sapere medico, quali ad esempio in pneumologia, cardiologia, ortopedia, ginecologia, andrologia e medicina della riproduzione, ecc.”?


La realtà odierna è che con la legge Zan ci potrà essere il rischio di derive liberticide: certamente potrà considerarsi discriminante o obsoleta una didattica formativa che riaffermi che nella generazione umana v’è sempre bisogno di un maschio e di una femmina.
Forse dovremmo, al di là dei luoghi comuni e soprattutto in ambito scientifico, spiegare a noi stessi cosa oggi si vuole intendere per discriminazione.
Ci chiediamo: Potremo continuare ad esercitare la nostra doverosa formazione pedagogica, comunicando al mondo intero che in un generare umano non tecnologico v’è l’indispensabilità di un papà e di una mamma? Oppure dovremo astenerci per paura di incorrere nei reati di omolesbotransfobia?


La medicina del desiderio, proposta oggi con sempre maggiore forza, reca con sé possibili disorientamenti nei quali ci si può smarrire!

Potremmo essere imputati penalmente se ci orientiamo a non sostenere tecniche cooperative, prive di maternità e paternità condivise, quali ad esempio l’innovativa tecnica ROPA (Recepción de Ovocitos de la Pareja) - trattamento di fecondazione in vitro tra due partner femminili, condiviso da più soggetti donatori anonimi di sperma - magari fornendo un lucido e preoccupato parere, anche sulle tante opzioni oggi possibili, ormai già orientate verso una “filiera di produzione controllata”?
Quando si parla del diritto incontestabile al figlio, potremo continuare ad affermare che due maschi da soli o due femmine da sole non possono concepire?


La scienza non discrimina ma osserva e cerca di spiegare i comportamenti umani. Questa scienza chiediamo sia lasciata libera nella trasmissione del sapere!
Chiediamo con forza che non si creino disorientamenti tra medicina e diritto.
In questa nostra contemporaneità, nella quale Medicina e Diritto sono già abbondantemente disorientati, il nostro compito di docenti universitari diventa davvero difficile! Nessuno di noi è disposto ad accogliere le eventuali limitazioni della libertà di insegnamento derivanti dall’eventuale approvazione della legge Zan.


Come docenti universitari rifuggiamo da sudditanze culturali, ideologiche e politiche! Desideriamo essere lasciati liberi di non condividere le tante offerte messe a disposizione dalle biotecnologie e che spaziano dalle tecniche di crioconservazione di gameti e di embrioni alla concessione, acquisto, commercializzazione, importazione, esportazione di gameti, alla ricerca di uteri disponibili per maternità sostitutiva o di gestazione per altri, unitamente alle tante altre forme di schiavismo moderno.


Prof. Filippo M. Boscia
Professore di Fisiopatologia della riproduzione umana nell’Università di Bari
Presidente Nazionale Associazione Medici Cattolici Italiani

DOCUMENTO AMCI NAZIONALE : “Medici Cattolici, ministri di speranza – Scegliersi di rinnovarsi, un’etica oltre la crisi”.

     

Carissimo,        

in questo periodo di forzata quarantena, con il nostro amato Cardinale Menichelli, il Consiglio di Presidenza ha elaborato il progetto-programma che ti trasmetto in allegato e che ha per titolo:  “Medici Cattolici, ministri di speranza – Scegliersi di rinnovarsi, un’etica oltre la crisi”.

E’ una riflessione che potrebbe essere un vero e proprio manifesto dell’AMCI:  partendo dalla verifica delle criticità dell’attuale pandemia, avanziamo delle proposte concrete di servizio per il bene integrale della persona e per azioni di cura, di care e di salvezza (medico ministro della comunione, diacono della consolazione).

Ti esorto quindi a diffonderlo, ma soprattutto, come auspicato da noi e dal Cardinale, desideriamo che sia tu stesso  a condividerlo con l’amato Vescovo, ordinario della tua Diocesi, perché venga da lui valutata secondo le esigenze pastorali locali. Sono certo che i medici cattolici potranno continuare a ben operare nei luoghi della sofferenza e ci auguriamo che questo documento venga esteso anche ai medici di prossimità e  a tutti i colleghi che, mandati a mani nude e senza protezioni nel difficile compito dell’assistenza, sono rimasti ustionati da questa difficile situazione da Covid, che tra l’altro ha visto il sacrificio di circa 150 colleghi e di 7 specializzandi.

Le auspicate scuole di prossimità costituiranno una straordinaria opportunità di rinnovamento della nostra associazione. Restiamo in attesa di conoscere tutti gli elementi della vostra operosità diocesana. Un affettuoso e sentito augurio di bene a voi e alle vostre famiglie, alle quale desideriamo estendere il nostro grazie!     


        Il Presidente Nazionale

      Filippo Boscia
                                                 

Giuseppe Battimelli: "Questioni bioetiche in tempo di pandemia" (da Civitas Hippocratica)

Questioni bioetiche in tempo di pandemia da SARS-CoV-2

di Giuseppe Battimelli

Vice Presidente Nazionale dell’Associazione Medici Cattolici Italiani (AMCI)

Vice Presidente Nazionale della Società Italiana per la Bioetica e i Comitati Etici (SIBCE)

 

RIASSUNTO

In tempo di pandemia da coronavirus emergente SARSCoV-2, tra i tanti argomenti affrontati, sono emerse certamente notevoli e importanti questioni inerenti l’etica medica, la deontologia e la bioetica. Innanzitutto importante è la riscoperta della bioetica nella sua dimensione inter-pluri-disciplinare originale e originaria, non solo come orientamento nelle scelte e nelle decisioni, ma che, rispetto all’etica medica che è centrata sui problemi che si presentano nella cura del singolo malato e nel rapporto medico-paziente, comprende più campi di indagine e di studio, come quelli relativi alla salute pubblica, ai sistemi sanitari, alla medicina territoriale e di comunità, alla medicina del lavoro, alla medicina dell’ambiente, ecc. Tra le varie teorie bioetiche come il principialismo, l’utilitarismo, il comunitarismo, il contrattualismo, il deontologismo, ecc. che presentano ciascuna dei limiti e vanno integrate e adattate alla contingenza di una situazione pandemica, l’Autore ritiene invece che il personalismo possa contemperare e bilanciare la difesa e il valore della vita umana e i diritti individuali e le esigenze collettive di salvaguardia del bene salute che si determinano nelle emergenze sanitarie. Vengono, infine, trattati alcuni aspetti bioetici dell’emergenza pandemica correlati alla deontologia medica e alla legge 219/2017.

 

NB: pubblichiamo in allegato il testo completo (e scaricabile) di questo interessante articolo, unitamente ad altre pubblicazioni recenti dello stesso Battimelli-