AMCI : COMUNICATO STAMPA SU ABORTO DOMICILIARE

COMUNICATO STAMPA  Il Movimento per la Vita Italiano e l’Associazione Medici Cattolici Italiani (AMCI) valutano molto duramente le annunciate nuove linee guida ministeriali che estendono la possibilità di ricorrere all’aborto farmacologico mediante la pillola RU486 fino alla nona settimana di gravidanza, consentendo altresì alla donna di tornare al proprio domicilio mezz’ora dopo l’assunzione della stessa, esonerandola pertanto dal ricovero.  

In allegato pubblichiamo il testo completo e scaricabile del comunicato che è  a firma del nostro presidente Filippo Boscia e della presidente del MpV Marina Casini

BOSCIA in tema di contrasto alla omo-transfobia : AUDIZIONE CAMERA DEI DEPUTATI E COMUNICATO STAMPA

 

Carissimi,

siamo lieti di pubblicare qui sotto ed in allegato (e quindi scaricabili) il testo dell'audizione alla Camera dei Deputati del 22 luglio 2020 ed il comunicato del nostro Presidente Filippo Maria Boscia diffuso il 9 luglio u.s., ed inoltre il seguente link con l'intervista del Presidente Nazionale su vatican news :
https://www.vaticannews.va/it/podcast/rvi-programmi/il-mondo-alla-radio/2020/06/il-mondo-alla-radio-prima-parte-30-06-2020.html


 

ELABORATO E DOCUMENTAZIONE DEPOSITATA  DAL PROF. FILIPPO M. BOSCIA, PRESIDENTE NAZIONALE DELL’ASSOCIAZIONE MEDICI CATTOLICI ITALIANI, PRESSO LA COMMISSIONE AFFARI SOCIALI DELLA CAMERA DEI DEPUTATI IN OCCASIONE DELL’AUDIZIONE SVOLTASI IL 22 LUGLIO 2020

Mi viene chiesto di esprimere una valutazione sull’articolo 7 del testo unificato Zan in tema di contrasto alla omo-transfobia.

Esso prevede al comma 1 che “Il Fondo per le politiche relative ai diritti e alle pari opportunità, di cui all’articolo 19, comma 3, del decreto-legge 4 luglio 2006, n. 223, convertito, con modificazioni, dalla legge 4 agosto 2006, n. 248, è incrementato di 4 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2020, al fine di finanziare politiche per la prevenzione e il contrasto della violenza per motivi legati all’orientamento sessuale e all’identità di genere e per il sostegno delle vittime”.

Fra esse, al comma 2, “un programma per la realizzazione in tutto il territorio nazionale di centri contro le discriminazioni motivate da orientamento sessuale e identità di genere”.

All’articolo 7 va a legarsi l’articolo 9 che così cita:

Agli oneri derivanti dall'attuazione dell'articolo 7, comma 1, pari a 4 milioni di euro annui a decorrere dall'anno 2020, si provvede mediante corrispondente riduzione del Fondo di cui all'articolo 1, comma 200, della legge 23 dicembre 2014, n. 190”.

Confesso di non comprendere fino in fondo il senso della audizione, dal momento che, come segnalato ieri da più gruppi politici in apertura della seduta della Commissione Giustizia, il contenuto dell’articolo 7 è stato già introdotto nell’ordinamento in sede di conversione del “cosiddetto Decreto rilancio”.

Il Decreto Legge n. 34 del 19/5/2020 Misure urgenti in materia di salute, sostegno al lavoro e all’economia, nonché di politiche sociali connesse all’emergenza epidemiologica da COVD-19, è stato convertito, con modificazioni, nella legge n. 77 del 17/7/2020.

La legge di conversione ha introdotto, fra gli altri, l’articolo 105 quater, “Misure per il sostegno delle vittime di discriminazioni fondate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere”, che prevede l’incremento di 4 milioni di euro per l’anno 2020 del Fondo per le politiche relative ai diritti e alle pari opportunità (di cui all’articolo 19, comma 3, del Decreto Legge 4 luglio 2006 n. 223, convertito con modificazioni dalla Legge 4 agosto 2006, n. 248) “allo scopo di finanziare politiche per la prevenzione e il contrasto della violenza per motivi collegati all’orientamento sessuale e all’identità di genere e per il sostegno delle vittime.

A tal fine, è costituito uno speciale programma di assistenza volto a garantire assistenza legale, psicologica, sanitaria e sociale alle vittime di discriminazioni fondate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere nonché ai soggetti che si trovino in condizione di vulnerabilità in relazione all’orientamento sessuale o all’identità di genere in ragione del contesto sociale e familiare di riferimento”.

Riporto, in allegato, di seguito le due norme. Che oggi nel testo unificato Zan vi siano disposizioni che sono già legge, e che una di queste sia l’articolo 7 dello stesso testo unificato Zan, è confermato:

a) dal fatto che la Commissione Giustizia ha investito della questione il Comitato per la Legislazione;

b) che il relatore ha proposto un proprio emendamento sostitutivo dell’articolo 7, che riscrive l’articolo 105 quater del Decreto Legge n. 34 del 19/5/2020 convertito, con modificazioni, nella legge n. 77 del 17/7/2020 (riporto in allegato anche tale riscrittura, che è diventata emendamento 7.100).

Esprimo qualche rapida considerazione sulla menzionata riscrittura del relatore, visto che l’articolo 7 come nella originaria formulazione del testo unificato Zan non c’è più:

  1. il programma finanziato con 4 ml di euro prevede l’istituzione in tutto il territorio nazionale di centri che garantiscano assistenza legale, sanitaria, psicologica, di mediazione sociale, e se necessario vitto e alloggio, alle vittime di discriminazione fondate sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere, senza che il testo abbia fornito una definizione chiara e chiaramente delimitata dei concetti di orientamento sessuale e di identità di genere. Se si riprendono le cinque proposte di legge originariamente presentate sul tema, poi confluite nel testo unificato Zan, possiamo constatare che ciascuna adopera una propria espressione
  • chi genere,
  • chi identità di genere,
  • chi orientamento sessuale
  • e che vi è divergenza fra gli stessi promotori anche sul significato di ciascuna di queste espressioni.

Mi chiedo come si faccia a istituire dei centri di assistenza se è così indefinito il parametro per identificare i potenziali fruitori dell’assistenza stessa;

  1. altrettanto indeterminato e generico è il termine discriminazione.

Il rischio è di far emergere fasce di “assistiti” senza un fondamento concreto, quando non esistono centri similari, per es., per le vittime di usura o di racket o della criminalità organizzata:

 per ciascuna di queste voci l’ordinamento prevede Commissari di governo che si limitano ad erogare somme a titolo risarcitorio, ma solo dopo che le vittime abbiano denunciato, a seguito di riscontri giudiziari, e comunque dopo lunghe e rigorose istruttorie, del tutto assenti nello specifico;

  1. da 10 anni il Ministero dell’Interno ha istituito, nell’ambito del Dipartimento di pubblica sicurezza, l’OSCAD-Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori, che ha natura di “strumento operativo interforze (…) per ottimizzare l’azione delle forze di polizia a competenza generale nella prevenzione e nel contrasto dei reati di matrice discriminatoria[1].

I dati raccolti dall’Osservatorio OSCAD sono molto confusi ed incerti:

a) vanno ben oltre il numero delle condanne, definitive o non definitive, esito di un accertamento giudiziario nel contraddittorio delle parti;

b) non si limitano neanche alla sommatoria delle denunce presentate alle forze di polizia, che comunque sono da verificare giudizialmente e che rappresentano un indice, soprattutto nella comparazione fra più anni;

c) recepiscono, oltre a tali denunce, tutte le  “segnalazioni ricevute da vittime, testimoni ed associazioni”;

d) tra l’altro interessano un arco temporale talmente ampio, da non permettere una corretta valutazione della consistenza del fenomeno.

Le segnalazioni pervenute a OSCAD dal 10 settembre 2010 al 31 dicembre 2018 [2] sono recuperabili nel sito “Segnalazioni Oscad”.

Le molteplici fonti delle segnalazioni confermano la propensione a cogliere il fenomeno nella sua massima estensione;

negli otto anni abbondanti che costituiscono il periodo monitorato le segnalazioni sono state in totale 2532:

-      di esse solo 670, cioè il 26.5%, provengono dalle forze di polizia

-      584 segnalazioni, pari al 27.1%, provengono da associazioni, privati o enti

-      650, cioè il 25.7%, provengono da UNAR, cioè l’Ufficio nazionale contro la discriminazione della Presidenza del Consiglio

-      628, pari al 24.7% provengono da non meglio qualificate “fonti aperte”, cioè articoli di giornali o servizi sui media.

 

Uno screening appare tuttavia essere stato operato per identificare, nell’ambito delle segnalazioni, quelle che appaiono propriamente reati di odio o di discriminazione (hate crime e hate speech) sono in totale 1512:

-      897 (59.3%) hanno come matrice la razza o l’etnia,

-      286 (18.9%) la religione,

-      118 (7.8%) la disabilità,

-      197 (13%) l’orientamento sessuale,

-      15 (1%) l’identità di genere.

Dunque, in otto anni l’insieme di presunte  (è lecito adoperare questo aggettivo, poiché il riferimento è, lo si ripete, a segnalazioni e non a condanne definitive) condotte illecite con intenti di discriminazioni per ragioni di orientamento sessuale o di identità di genere sono solo 212:

circa 26 segnalazioni all’anno, ovvero poco più di uno all’anno (come media) per ogni regione italiana.

Mi chiedo e vi chiedo se questa minima consistenza del fenomeno giustifica l’apertura di centri di assistenza in tutta Italia con l’assegnazione di congrui finanziamenti pubblici?

A mio avviso esistono già adeguati presidi con cui prevenire e reprimere comportamenti violenti e persecutori.

Il parere dell’Associazione che rappresento è quello che non sono necessarie nuove leggi perché ogni nuova normativa potrebbe avere l’azione di brandire armi esclusivamente ideologiche!

Condividendo il comunicato della CEI, un’eventuale introduzione di ulteriori norme incriminatrici rischierebbe di aprire a derive liberticide per cui – più che sanzionare la discriminazione – si finirebbe col colpire l’espressione di una legittima opinione, come insegna l’esperienza degli ordinamenti di altre Nazioni al cui interno norme simili sono già state introdotte. Per esempio, sottoporre a procedimento penale chi ritiene che la famiglia esiga per essere tale un papà e una mamma – e non la duplicazione della stessa figura – significherebbe introdurre un reato di opinione. Ciò limita di fatto la libertà personale, le scelte educative, il modo di pensare e di essere, l’esercizio di critica e di dissenso.

ALLEGATI ALLA DOCUMENTAZIONE DEPOSITATA DAL PROF. FILIPPO M. BOSCIA, PRESIDENTE NAZIONALE DELL’ASSOCIAZIONE MEDICI CATTOLICI ITALIANI, PRESSO LA COMMISSIONE AFFARI SOCIALI DELLA CAMERA DEI DEPUTATI IN OCCASIONE DELL’AUDIZIONE SVOLTASI IL 22 LUGLIO 2020

LEGGE N. 77 DEL 17/7/2020 DI CONVERSIONE, CON MODIFICAZIONI DEL d.l. RILANCIO N. 34 DEL 19/5/2020

IN CORSIVO LE PARTI INSERITE IN SEDE DI CONVERSIONE

TITOLO IV

DISPOSIZIONI PER LA DISABILITÀ E LA FAMIGLIA NONCHÉ MISURE PER IL SOSTEGNO DELLE VITTIME DI DISCRIMINAZIONI FONDATE SULL’ORIENTAMENTO SESSUALE E SULL’IDENTITÀ DI GENERE

Art. 105 - quater

Misure per il sostegno delle vittime di discriminazioni fondate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere

1. Il Fondo per le politiche relative ai diritti e alle pari opportunità, di cui all’articolo 19, comma 3, del decreto legge 4 luglio 2006, n. 223, convertito, con modificazioni,dalla legge 4 agosto 2006, n. 248, è incrementato di 4 milioni di euro per l’anno 2020, allo scopo di finanziare politiche per la prevenzione e il contrasto della violenza per motivi collegati all’orientamento sessuale e all’identità di genere e per il sostegno delle vittime. A tal fine, è costituito uno speciale programma di assistenza volto a garantire assistenza legale, psicologica, sanitaria e sociale alle vittime di discriminazioni fondate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere nonché ai soggetti che si trovino in condizione di vulnerabilità in relazione all’orientamento sessuale o all’identità di genere in ragione del contesto sociale e familiare di riferimento. Tali attività sono svolte garantendo l’anonimato dei soggetti di cui al presente comma.

2. Con appositi provvedimenti normativi, nel limite di spesa costituito dalle risorse di cui al comma 1, si provvede a dare attuazione agli interventi ivi previsti.

3. Agli oneri derivanti dal presente articolo, pari a 4 milioni di euro per l’anno 2020, si provvede mediante corrispondente riduzione del Fondo di cui all’articolo 1, comma 200, della legge 23 dicembre 2014, n. 190, come rifinanziato dall’articolo 265, comma 5, del presente decreto.

Art. 265, comma 5

5. Il Fondo di cui all’articolo 1, comma 200, della legge 23 dicembre 2014, n. 190, è incrementato di 475,3 milioni di euro per l’anno 2020, di 67,55 milioni di euro per l’anno 2021 e di 89 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2022 .

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Misure di prevenzione e contrasto della violenza e della discriminazione per motivi legati al sesso, al genere, all’orientamento sessuale e all’identità di genere

Testo unificato del relatore on. Zan

(…) ART. 7.

(Misure per la prevenzione e il contrasto della violenza per motivi legati all'orientamento sessuale e all'identità di genere e per il sostegno alle vittime)

1. Il Fondo per le politiche relative ai diritti e alle pari opportunità, di cui all'articolo 19, comma 3, del decreto-legge 4 luglio 2006, n. 223, convertito, con modificazioni, dalla legge 4 agosto 2006, n. 248, è incrementato di 4 milioni di euro annui a decorrere dall'anno 2020, al fine di finanziare politiche per la prevenzione e il contrasto della violenza per motivi legati all'orientamento sessuale e all'identità di genere e per il sostegno delle vittime.

2. Nei limiti delle risorse di cui al comma 1, è istituito un programma per la realizzazione in tutto il territorio nazionale di centri contro le discriminazioni motivate da orientamento sessuale e identità di genere. I centri garantiscono adeguata assistenza legale, sanitaria, psicologica, di mediazione sociale e ove necessario adeguate condizioni di alloggio e di vitto alle vittime dei reati previsti dagli articoli 604-bis del codice penale, commessi per motivi fondati sull'orientamento sessuale o sull'identità di genere della vittima ovvero di un reato aggravato, per le medesime ragioni, dalla circostanza di cui all'articolo 604-ter del codice penale, nonché per soggetti che si trovino in condizione di vulnerabilità legata all'orientamento sessuale o all'identità di genere in ragione del contesto sociale e familiare di riferimento.  (…)

(…) ART. 9.

(Copertura finanziaria)

  1. Agli oneri derivanti dall'attuazione dell'articolo 7, comma 1, pari a 4 milioni di euro annui a decorrere dall'anno 2020, si provvede mediante corrispondente riduzione del Fondo di cui all'articolo 1, comma 200, della legge 23 dicembre 2014, n. 190.

 


 

Associazione Medici Cattolici Italiani
Presidenza Nazionale
Comunicato Stampa
OMOLESBOTRANSFOBIA CON IL DDL ZAN
A RISCHIO LIBERTA’ DI INSEGNAMENTO UNIVERSITARIO


Da Professore universitario di Medicina della Riproduzione, con tanti altri colleghi, desidero precisare che le persone omosessuali e transessuali devono essere rispettate sempre, comunque e assolutamente; mai devono essere vessate, aggredite o danneggiate psicologicamente e fisicamente.


Questo è un punto essenziale, assolutamente ovvio, sul quale tutti siamo d’accordo. Siamo ovviamente favorevoli a tutelare in modo assoluto e mai opinabile le minoranze e le persone più vulnerabili. In questo senso però precisiamo che la strada non è quella di mentire o tacere su delle differenze rischiando di fare più danni rispetto al problema che si vuole risolvere.


Siamo del parere che con le norme contenute nel ddl Zan e altri, entrano in serio rischio di procedibilità ginecologi, andrologi, ricercatori esperti in procreazione umana e quanti insegnano la naturalità della riproduzione.


Partiamo dalla verità: per la nascita di una nuova vita occorre un maschio ed una femmina, un padre ed una madre, rispettivamente portatori di gameti maschili e femminili, uniti da complementarietà sessuale ed affettiva. A fronte di questo sapere, validato e confermato, sono in molti a chiedersi se in didattica formativa universitaria si potrà continuare ad insegnare la naturalità del nascere oggi, ben distinguendola da tutte le altre manipolazioni e mescolanze più ardite, pur possibili, ma eticamente non sostenibili.


Con tanti altri colleghi, quotidianamente muoviamo le fila per costruire processi interdisciplinari di medicina di genere, e promuoviamo ricerche rispettose della specificità della donna e dell’uomo, senza mai discriminare nessuno.
Nell’ambito delle molteplici possibili innovazioni scientifiche, ci chiediamo: “possiamo continuare ad individuare percorsi sanitari che tengano ben presente cosa sia il genere al maschile e al femminile, nelle varie articolazioni del sapere medico, quali ad esempio in pneumologia, cardiologia, ortopedia, ginecologia, andrologia e medicina della riproduzione, ecc.”?


La realtà odierna è che con la legge Zan ci potrà essere il rischio di derive liberticide: certamente potrà considerarsi discriminante o obsoleta una didattica formativa che riaffermi che nella generazione umana v’è sempre bisogno di un maschio e di una femmina.
Forse dovremmo, al di là dei luoghi comuni e soprattutto in ambito scientifico, spiegare a noi stessi cosa oggi si vuole intendere per discriminazione.
Ci chiediamo: Potremo continuare ad esercitare la nostra doverosa formazione pedagogica, comunicando al mondo intero che in un generare umano non tecnologico v’è l’indispensabilità di un papà e di una mamma? Oppure dovremo astenerci per paura di incorrere nei reati di omolesbotransfobia?


La medicina del desiderio, proposta oggi con sempre maggiore forza, reca con sé possibili disorientamenti nei quali ci si può smarrire!

Potremmo essere imputati penalmente se ci orientiamo a non sostenere tecniche cooperative, prive di maternità e paternità condivise, quali ad esempio l’innovativa tecnica ROPA (Recepción de Ovocitos de la Pareja) - trattamento di fecondazione in vitro tra due partner femminili, condiviso da più soggetti donatori anonimi di sperma - magari fornendo un lucido e preoccupato parere, anche sulle tante opzioni oggi possibili, ormai già orientate verso una “filiera di produzione controllata”?
Quando si parla del diritto incontestabile al figlio, potremo continuare ad affermare che due maschi da soli o due femmine da sole non possono concepire?


La scienza non discrimina ma osserva e cerca di spiegare i comportamenti umani. Questa scienza chiediamo sia lasciata libera nella trasmissione del sapere!
Chiediamo con forza che non si creino disorientamenti tra medicina e diritto.
In questa nostra contemporaneità, nella quale Medicina e Diritto sono già abbondantemente disorientati, il nostro compito di docenti universitari diventa davvero difficile! Nessuno di noi è disposto ad accogliere le eventuali limitazioni della libertà di insegnamento derivanti dall’eventuale approvazione della legge Zan.


Come docenti universitari rifuggiamo da sudditanze culturali, ideologiche e politiche! Desideriamo essere lasciati liberi di non condividere le tante offerte messe a disposizione dalle biotecnologie e che spaziano dalle tecniche di crioconservazione di gameti e di embrioni alla concessione, acquisto, commercializzazione, importazione, esportazione di gameti, alla ricerca di uteri disponibili per maternità sostitutiva o di gestazione per altri, unitamente alle tante altre forme di schiavismo moderno.


Prof. Filippo M. Boscia
Professore di Fisiopatologia della riproduzione umana nell’Università di Bari
Presidente Nazionale Associazione Medici Cattolici Italiani

DOCUMENTO AMCI NAZIONALE : “Medici Cattolici, ministri di speranza – Scegliersi di rinnovarsi, un’etica oltre la crisi”.

     

Carissimo,        

in questo periodo di forzata quarantena, con il nostro amato Cardinale Menichelli, il Consiglio di Presidenza ha elaborato il progetto-programma che ti trasmetto in allegato e che ha per titolo:  “Medici Cattolici, ministri di speranza – Scegliersi di rinnovarsi, un’etica oltre la crisi”.

E’ una riflessione che potrebbe essere un vero e proprio manifesto dell’AMCI:  partendo dalla verifica delle criticità dell’attuale pandemia, avanziamo delle proposte concrete di servizio per il bene integrale della persona e per azioni di cura, di care e di salvezza (medico ministro della comunione, diacono della consolazione).

Ti esorto quindi a diffonderlo, ma soprattutto, come auspicato da noi e dal Cardinale, desideriamo che sia tu stesso  a condividerlo con l’amato Vescovo, ordinario della tua Diocesi, perché venga da lui valutata secondo le esigenze pastorali locali. Sono certo che i medici cattolici potranno continuare a ben operare nei luoghi della sofferenza e ci auguriamo che questo documento venga esteso anche ai medici di prossimità e  a tutti i colleghi che, mandati a mani nude e senza protezioni nel difficile compito dell’assistenza, sono rimasti ustionati da questa difficile situazione da Covid, che tra l’altro ha visto il sacrificio di circa 150 colleghi e di 7 specializzandi.

Le auspicate scuole di prossimità costituiranno una straordinaria opportunità di rinnovamento della nostra associazione. Restiamo in attesa di conoscere tutti gli elementi della vostra operosità diocesana. Un affettuoso e sentito augurio di bene a voi e alle vostre famiglie, alle quale desideriamo estendere il nostro grazie!     


        Il Presidente Nazionale

      Filippo Boscia
                                                 

"Chi ammettere alle cure? Chi curare per primo? Il triage estremo in corso di disastro pandemico: una riflessione bioetica." - di Giuseppe Battimelli

RIASSUNTO
La pandemia del 2020 da coronavirus emergente, SARS-CoV-2, la cui malattia è un’infezione del tratto respiratorio (COronaVIrusDisease-19) ha determinato una grave emergenza sanitaria assimilabile alla “medicina delle catastrofi” soprattutto per i pazienti che richiedevano il ricovero in un’unità di terapia intensiva, ponendo interrogativi e gravi dilemmi alla coscienza del medico e dell’operatore sanitario.

L’A. riflette su alcune problematiche bioetiche inerenti i criteri di ammissione/esclusione a terapie salvavita quando i mezzi e le apparecchiature tecnologiche disponibili diventano repentinamente esigue nella urgenza per eccesso di richieste di prestazione/utilizzo e/o contemporaneità di accesso alle stesse, anche esaminando due importanti documenti sull’argomento della Società Italiana di Anestesia, Analgesia, Rianimazione e Terapia Intensiva (SIAARTI) e del Comitato Nazionale per la Bioetica (CNB). L’A., ammette al pari di altri, che il criterio più adeguato è quello clinico mentre il fattore età in sé non è un criterio da riconoscere acriticamente a priori o che determina pregiudizio alla terapia e ancor più se da ciò ne deriva un giudizio di valore sul paziente anziano, ma può rientrare in una valutazione clinica complessiva

NB: in allegato abbiamo pubblicato l'articolo completo scaricabile ed un  precedente articolo sul Covid a cura dello stesso Battimelli

 


IL VIVERE E IL MORIRE di G. Battimelli

Certamente la pandemia da coronavirus emergente, SARS-CoV-2, la cui malattia è un'infezione del tratto respiratorio (COronaVIrusDisease-19), ha sconvolto la nostra vita quotidiana e se le mascherine, insieme ai guanti e al distanziamento sociale sono diventati gli elementi necessari della nostra vita di relazione, i dispositivi di protezione individuale (dpi) - occhiali, visiere, semimaschere, indumenti di protezione, ecc. - sono i requisiti di sicurezza indispensabili a protezione per i medici e gli operatori sanitari, soprattutto per quelli coinvolti negli ospedali e ancor più nelle terapie intensive, particolarmente esposti al rischio di contrarre il virus.


A causa del diffondersi dell’epidemia, questo distanziarsi dal malato per i medici risulta una condizione, ancorchè inderogabile, vieppiù limitativa della prassi dell’arte medica, che già da tempo soffre di un progressivo processo di spersonalizzazione, reso ora più acuto in questa dimensione emergenziale di interazione tra medico e paziente.
E se in tempi ordinari, l’esame clinico del paziente della vecchia semeiotica, seppure come detto ormai divenuto esiguo, rimaneva un cardine e che la capacità diagnostica-terapeutica del medico prevedeva un contatto umano anche attraverso i sensi, in tempi di elevata contagiosità infettiva vengono imposti metodi e strumenti di interazione a distanza, come visite e consulenze telefoniche, consulti in telemedicina, triage da remoto, accesso a piattaforme computerizzate, ecc.


Ma in questa breve riflessione, desideriamo sottolineare che in queste contingenze che viviamo, il dialogo ravvicinato del medico con il paziente avviene ormai spesso e talvolta soltanto attraverso gli occhi, sovente stanchi, affaticati, arrossati, interrogativi ma sempre limpidi per combattere il male e per dare coraggio, sostegno, incoraggiamento.


La storia del medico di frequente s’intreccia con quella dell’altro, magari persona sconosciuta, che aggravatosi arriva in urgenza in terapia intensiva e lo sguardo di entrambi può diventare drammatico, in quell’ultimo sguardo, quando la malattia sembra prendere il sopravvento.


La relazione s’instaura ora attraverso gli occhi in questa terribile e subdola patologia e tante volte vince la vita sulla morte e ci piace indagare su quello sguardo che dona salvezza.


C’è un guardare che non è più un semplice vedere, un osservare che non è solo indagare, ma foriero di gesti di professionalità e di umanità, soprattutto quando l’orizzonte della vita sembra restringersi sempre più.


Da uno sguardo nasce sempre un incontro: del medico con l’ammalato o meglio di un uomo con un altro uomo sofferente; in uno sguardo c’è la compassione, la partecipazione, la speranza e forse anche la terapia, perchè negli occhi c’è lo sporgere dell’intimo dell’uomo, la sua vera identità, la sua essenza, la sua anima, il luogo in cui Dio è presente.

E ci piace pensare che nello sguardo del medico si celi la benevolenza di Dio che davanti al malato “lo veglierà e lo farà vivere” (Salmo 41,2), perche Egli, “il Signore ha veduta la sua afflizione” (Genesi 29,32) e sempre “lo sosterrà sul letto del dolore” (Salmo 41,3).

Articolo pubblicato su FERMENTO - Mensile dell’Arcidiocesi di Amalfi Cava de’ Tirreni
Anno XXVII n.4 – Maggio 2020